La prova di governo rischia di sfasciare la base pentastellata

in politica

Fin da quando ha mosso i primi passi in politica, il Movimento 5 Stelle è stato contraddistinto da una cosa su tutte: una base sempre in fermento. L’elettorato pentastellato non ha mai lasciato alcuno spiraglio alla mediazione. O con noi, o contro di noi. Questo paradigma si è rivoltato anche sugli eletti del movimento, alcuni dei quali allontanati dal gruppo quando diventavano evidenti le crepe della loro ortodossia. Il primo fu Favia, all’epoca uno dei primi grillini “famosi”. Qualche dichiarazione a telecamere spente non particolarmente gradita a Giuseppe detto Beppe e via, nel dimenticatoio politico. Stessa sorte per molti degli eletti nella prima legislatura, spediti ad ingrossare le fila del gruppo misto. In quella attuale siamo fermi a quota uno, ma ci sono segnali che portano a pensare che questa classifica sarà presto aggiornata.


Si è aperta infatti una spaccatura all’interno del Movimento, ma non tra i suoi elettori, tra gli eletti. Una fronda dei senatori pentastellati, già definiti malpancisti da alcuni quotidiani, si è opposta con decisione al decreto sicurezza che porta la firma di Matteo Salvini. Sono tre i componenti di questa piccola opposizione interna, ma da fonti in seno allo stesso Movimento, si apprende che il numero dei contrari al decreto potrebbe salire.

La notizia mette in apprensione tutto l’esecutivo. A rischio infatti, è la stessa tenuta del governo. In Senato i giallo-verdi possono contare su una maggioranza risicata. Solo 6 senatori in più rispetto alle opposizioni. Se la fronda dei malpancisti si dovesse allargare, l’iter del decreto legge da irto e tortuoso diverrebbe insormontabile. Non è escluso che possa saltare lo stesso governo, pertanto si è ipotizzato perfino il ricorso ad un’arma da sempre contestata dal M5S: il voto di fiducia. Anche questa ipotesi non fa felici molti dei pentastellati, per niente entusiasti dall’idea di dover rastrellare voti tra Forza Italia, Fratelli d’Italia, Partito Democratico, Liberi e Uguali e gruppo misto.

Il vero problema è che la questione non è specifica, ma generale. Non è solo un decreto ad essere messo in discussione, ma l’intera coalizione, quella già passata agli annali come “governo del cambiamento”. All’indomani del contratto di governo d’altronde, in molti hanno sollevato dubbi circa la possibilità di un matrimonio duraturo e stabile tra due partner così diversi.

Eppure le figure chiave delle rispettive forze politiche, hanno sudato sette camicie per incollarle insieme. Certo con le dovute eccezioni (lo stesso Presidente della Camera Roberto Fico non ha mai dimostrato particolare entusiasmo), tutti hanno garantito di poter collaborare seguendo un percorso prestabilito. Non sono mancati reciproci attestati di stima e dichiarazioni di fiducia. Ma quello che sulla carta funziona alla perfezione, nella realtà dei fatti si comporta in maniera diversa.

La politica non segue mai il copione. E per un Movimento che ha ripetuto fino alla litania di essere apartitico ed apolitico, potrebbe essere un problema. Specie se si trova a governare con un partito che marca molto la sua caratteristica conservatrice.  Avendo radunato una base eterogenea, strizzando l’occhio a compagni, camerati, preti e diavoli, è difficile adesso farli remare tutti nella stessa direzione. Uno può ribadire fino alla prolissità che destra e sinistra sono categorie ottocentesche ormai morte e superate, ma se poi tra le tue fila milita un elettore di destra o di sinistra (che non sono categorie politiche ma inclinazioni d’animo) questo artificio mette in mostra i suoi limiti. Una persona di sinistra digerirà a fatica un decreto legalità approntato da Salvini, secula seculorum. Ed anche la questione dell’apoliticità è entrata in crisi nel momento stesso in cui il Contratto di governo è stato firmato. Non si può non essere di destra e governare con la destra. Sarebbe come pretendere di non bagnarsi facendo il bagno in mare.

E non è certo facile per un Movimento da sempre antagonista, duro e puro, far allineare i dissidenti. Non dopo che hai fatto dell’intransigenza un marchio di fabbrica. Non dopo che agli esordi stessi del gruppo, in nome del rigore, Grillo e Di Maio hanno spernacchiato in diretta streaming Bersani e Renzi. Non dopo che per un’intera legislatura si è rifiutato qualsiasi dialogo con maggioranza e con le altre opposizioni, perché erano <<tutti uguali>>.

Certo adesso le cose sono cambiate. Adesso il Movimento non è più all’opposizione, ora deve governare. E per farlo non può più dare conto sollo alla propria base. Oltreutto le consultazioni sulla piattaforma Russeau si sono fermate all’indomani del contratto di governo. Ora bisogna rivedere il rapporto tra promesse fatte in campagna elettorale ed effettive possibilità di manovra. In questo calderone sono già state messe in discussione alcune certezze del Movimento. Le questioni Tav e Tap per esempio. Hanno sempre incontrato il giudizio negativo dei pentastellati, eppure non possono più essere bloccate a causa degli eventuali costi, che supererebbero quelli necessari a completare i lavori. E la base ribolle.

Non sarà facile per Di Maio riportare il sereno in casa 5 Stelle. Ha provato a chiamare le truppe all’adunata, ma al momento il tentativo di rifarsi alla testudo romana ha più che altro suscitato ilarità sul web. L’esempio riportato dal vice premier infatti, riportava praticamente alla lettera, la descrizione fornita da Wikipedia. Il web ovviamente non ha lasciato correre ed è partita l’ormai consueta campagna satirica digitale.

Stasera alle 21:30 è prevista un’assemblea con la quale affrontare e superare le divergenze. Qualche dissidente avrebbe già confermato di non partecipare, qualcun’altro tituba. Di Maio è pronto a ricorrere alle “epurazioni”, Salvini fischietta facendo finta di niente, mentre Conte invita tutti alla responsabilità. L’impressione è che da qui a meno di un mese si saprà se il Governa mangerà il panettone oppure no.

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