fbpx
Seguici su

Politica

Ddl Zan affossato: nuova maggioranza in Parlamento, per l’elezione del Capo dello Stato?

Pubblicato

il

ROMA – Prove tecniche di voto per il nuovo presidente della Repubblica, a febbraio. Come scrive l’Ansa, ad “esercitarsi” è l’aula del Senato, che dà addio al disegno di legge contro l’omotransfobia.

Messo ko per 23 voti – è la differenza tra i 154 favorevoli allo stop dell’esame e i 131 pronti ad andare avanti, tutti coperti dal voto segreto – e probabilmente grazie ai franchi tiratori. Rispuntano, contribuiscono ad affossare la legge e soprattutto mandano un messaggio ai partiti: “attenzione – lo interpretano trasversalmente a Palazzo Madama – alle prossime elezioni del Quirinale, ogni scenario è aperto”.

Come scrive l’Ansa, del resto la votazione di ieri dimostra che i numeri, sulla carta, non sempre reggono. In più, la legislatura sta per finire, crescono le preoccupazioni dei parlamentari a rischio con il taglio degli eletti. E complice il segreto dell’urna, tutto è possibile. Dopo il voto, tra i corridoi è caccia ai nomi dei cecchini nella speranza che vengano allo scoperto. Unica voce in dissenso dal suo partito è la senatrice di Forza Italia, Barbara Masini che ‘salva’ il testo del ddl Zan. E poi lo rivela. Gli altri tacciono, mentre volano sospetti e accuse incrociati su chi ha tradito, soprattutto fra Pd e Italia viva per assenze e voti ribelli. In realtà tra gli assenti il record va ai 16 senatori del gruppo Misto, la metà del totale dei non presenti. Segno che è proprio il quarto gruppo più numeroso al Senato, il meno controllabile.

Di certo, come scrive l’Ansa, nel Palazzo non è solo la fine di uno scontro sanguinoso sui temi etici, che vede contrapposte l’ideologia progressista e quella conservatrice. Tra menzogne e denunce, il sospetto è che si stiano prendendo le misure per eleggere il nuovo capo dello Stato. Perché quando il voto non è palese, le sorprese ci sono. Non ha peli sulla lingua Pierluigi Bersani: “E’ stata una prova generale per il quarto scrutinio per il Quirinale”. E mette in guardia: “E’ tempo che il campo progressista prenda piena coscienza della situazione”.

In cerca dei ‘colpevoli’, il Nazareno punta il dito contro “almeno 16 voti” che mancano all’appello. Il Pd faceva affidamento su 140 favorevoli al ddl. E’ la somma dei 38 senatori del Pd, 74 del M5s, 6 di Leu, 16 di Italia viva più altri singoli. Al netto delle assenze, ovviamente. Quelle nel centrosinistra sono in tutto 10, la metà del centrodestra.

Da qui, come riporta l’Ansa, le accuse provenienti dai dem, anche per capire “se i franchi tiratori siano dentro il Pd o nell’area più allargata e ufficialmente a favore del ddl Zan”. Ma all’attacco va pure Matteo Renzi: è uno dei 4 assenti al voto, per il suo partito. E chiosa: “La responsabilità di oggi è chiara: e dire che per Pd e 5 Stelle stavolta era facile”. Più immune dai sospetti è il centrodestra, a parte qualche forzista da sempre tentato dal sì al ddl Zan. I tabulati del Senato registrano che la coalizione mostra la migliore prova di compattezza. Merito dei 21 ‘stoici’ di Fratelli d’Italia, tutti in aula. Tanto da guadagnarsi i complimenti della leader Giorgia Meloni, che incontra i ‘suoi’ dopo il voto. E determinanti pure leghisti e azzurri, che contano solo 5 assenze. 

Politica

Decreto anti-rave, retromarcia del Governo, Nordio: «possiamo fare autocritica»

Il ministro della Giustizia: «nessuno è perfetto ma si può sempre rimediare, come stiamo facendo ora con gli emendamenti»

Pubblicato

il

decreto-norma-anti-rave-party

Il decreto anti-rave sarà applicato solo ai raduni musicali e solo in caso di concreto pericolo per la salute o per l’incolumità pubblica. Pene fino a sei anni per gli organizzatori, che potranno essere intercettati.

«Una legge scritta bene è di facile applicazione. Possiamo fare una certa autocritica, nessuno è perfetto ma si può sempre rimediare, come stiamo facendo ora con gli emendamenti che il governo ha proposto sul decreto sui rave party». A parlare il ministro della Giustizia Carlo Nordio, che ad un evento della Fondazione Einaudi, ha commentato la retromarcia del governo sul decreto anti-rave.

Decreto che sarà applicato esclusivamente ai raduni musicali. Al sicuro, cortei, scioperi, manifestazioni e feste. E solo nel caso in cui siano evidenti i pericoli per la salute o per l’incolumità pubblica, o nel caso di violazioni delle norme di sicurezza e igiene, o in materie di spaccio e consumo di sostanze stupefacenti.

Multa da mille a dieci mila euro per gli organizzatori, che rischiano da tre a sei anni di reclusione. I partecipanti rischiano invece una denuncia per invasione di terreni o edifici e quindi una pena da uno a tre anni di reclusione e una multa fino a mille euro. Modificata la norma che prevedeva «la confisca obbligatoria delle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato, integrando la previsione con l’aggiunta anche della confisca obbligatoria delle cose che del reato dovessero essere il prodotto o il profitto».

Dopo la riunione dei capigruppo alla Camera, è stato deciso che il decreto, ora all’esame in Senato, approderà alla Camera dopo Natale, tra il 27 e il 28 dicembre.

Continua a leggere

Politica

La compagna di Soumahoro: «non sono lady Gucci, querelo chi mi ha diffamato»

Pubblicato

il

aboubakr-soumahoro-e-liliane-murakatete

La compagna del senatore e sindacalista Aboubakar Soumahoro, Liliane Murekatete, definita “Lady Gucci” dai suoi detrattori, passa al contrattacco: «La costruzione del racconto mediatico volto a rappresentarmi come una cinica ‘griffata’ e ad affibbiarmi icastici titoli derisori  è artatamente falsata. Non posso fare altro che dare incarico al mio avvocato per adire le vie giudiziarie».

Continua a far discutere l’inchiesta sulle cooperative Karibu e Consorizio Aid che hanno coinvolto, almeno mediaticamente, il sindacalista e senatore Aboubakar Soumahoro e la compagna Liliane Murekatete. Quest’ultima, dopo che nei giorni scorsi è stata soprannominata da alcuni detrattori “Lady Gucci” a causa di alcune foto circolate sul web che la ritraggono con capi d’alta moda ed accessori costosi, ha deciso di passare al contrattacco e in un’intervista ad Adnkronos si difende: «Adesso basta, porto in tribunale chi mi ha diffamato».

«La costruzione del racconto mediatico volto a rappresentarmi come una cinica ‘griffata’ e ad affibbiarmi icastici titoli derisori, una che pubblica selfie (peraltro dello stesso tenore di quelli di centinaia di migliaia di giovani donne occidentali e non) mentre i lavoratori della cooperativa non ricevono gli stipendi è artatamente falsata» Murekatete spiega che la maggior parte delle foto incriminate sia stata scattata tra il 2014 e il 2015 «quando non avevo alcun incarico nella cooperativa Karibu e quando non avevo ancora conosciuto il mio compagno».

«La narrazione della maggior parte dei giornalisti è stata improntata ad un teorema fondato sulla colpevolezza certa e manifesta, con buona pace della presunzione di innocenza: colpevole io, colpevole mia madre, colpevole il mio compagno – prosegue ancora Murekatete – Il sapiente, malizioso utilizzo di espressioni quali la ‘cooperativa della moglie di Soumahoro’ (mentre non faccio più parte della cooperativa né come membro del Cda, né come socia né tantomeno come dipendente) o ‘la cooperativa della famiglia di Soumahoro’ che ha connotato sin da subito la campagna mediatica è particolarmente odioso in quanto volto a sollecitare distinguo, prese di distanza, ripudi, magari accuse reciproche, tutti rigorosamente pubblici, nella peggiore tradizione dell’Autodafé».

Infine la moglie del senatore conclude: «a questo processo mediatico non mi presto né intendo prestarmi: se l’autorità giudiziaria me lo chiederà, non avrò problemi a dimostrare la liceità dell’acquisto, ma respingo culturalmente il processo da celebrarsi nella piazza mediatica, per una miglior diffusione via social e colpo di grazia nelle testate scandalistiche. In questo piano inclinato non posso quindi fare altro, al momento, che dare incarico al mio avvocato per adire le vie giudiziarie nei confronti di quanti mi hanno consapevolmente e persistentemente diffamato, ai limiti dello stalking».

Continua a leggere

Politica

Incontro Calenda-Meloni sulla manovra: «nessuna disponibilità a entrare in maggioranza», ma «incontro positivo»

Pubblicato

il

incontro-calenda-meloni

Incontro di un’ora e mezza a Palazzo Chigi tra Carlo Calenda, gli esponenti del Terzo Polo, Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti per discutere della «contromisura» proposta dal leader di Azione. Calenda: «su molte cose abbiamo trovato un’apertura».

Potrebbe essere il Terzo Polo, all’occorrenza, la stampella su cui il governo Meloni potrebbe poggiarsi qualora Forza Italia o Lega facessero qualche mossa a sorpresa? L’impressione è che non sia un’ipotesi poi così remota. Dopo l’incontro per discutere della manovra con Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, Carlo Calenda, che pur chiude ad ogni ipotesi di intesa («non c’è nessuna disponibilità a entrare in maggioranza, la collaborazione parlamentare c’è per definizione. Se poi si parla di voto di fiducia ovviamente non ci sarà, ma ci siamo impegnati a non fare ostruzionismo parlamentare per mandare il governo in esercizio provvisorio che sarebbe un dramma per l’Italia») spende parole al miele per la presidente del Consiglio: «persona molto preparata, abbiamo discusso per un’ora e mezzo nel merito delle questioni e questo è positivo».

La stessa Meloni, nell’intervista che ha rilasciato al Corriere, ha concesso qualche apertura: «a chi ha chiesto di interloquire, per ora solo Calenda, abbiamo risposto “volentieri”». Aperture che sono arrivate anche nell’incontro di oggi. Il leader di Azione al termine ha dichiarato «Su molte cose abbiamo trovato un’apertura».

A Palazzo Chigi si è tenuto un incontro, durato un’ora e mezza, per discutere della manovra. Di fronte a Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti si è presentata una nutrita schiera di esponenti del Terzo Polo: oltre a Calenda, Matteo Richetti, Raffaella Paita, Luigi Maran e i tecnici che hanno elaborato la «contromisura».

Sempre Calenda spiega: «Siamo entrati nel merito del provvedimento e abbiamo scorso le nostre proposte: ci sono cose su cui noi assolutamente non siamo d’accordo. Ma abbiamo discusso di un’estensione di impresa 4.0, un tetto al costo del gas al posto dei crediti di imposta, nel dettaglio abbiamo parlato di un aumento degli stipendi dei sanitari, abbiamo detto che va ripristinata Italia sicura, abbiamo fatto un’analisi della situazione del Pnrr, e chiesto di riproporre il reddito di cittadinanza come Rei. Su molte di queste cose abbiamo trovato un’apertura».

Infine, un monito agli alleati di Fratelli d’Italia e ai colleghi dell’opposizione: «Se noi facessimo per una volta nella vita una roba normale, se i partiti di governo, leggi Forza Italia, invece di sabotare Meloni, contribuissero a fare la manovra, e l’opposizione invece di andare in piazza presentasse provvedimenti migliorativi, forse sarebbe un Paese normale. Invece continuiamo a essere un Paese machiavellico di cui non ci capisce niente».

Continua a leggere

Più letti

Copyright © 2020 by Iseini Group | Osservatore Quotidiano è un prodotto editoriale di Il Martino.it iscritto al tribunale di Teramo con il n. 668 del 26 aprile 2013 | R.O.C. n.32701 del 08 Marzo 2019 | Direttore Vicario: Antonio Villella | ISEINI GROUP S.R.L - Sede Legale: Alba Adriatica (TE) via Vibrata snc, 64011 - P.Iva 01972630675 - PEC: iseinigroup@pec.it - Numero REA: TE-168559 - Capitale Sociale: 1.000,00€ | Alcune delle immagini interamente o parzialmente riprodotte in questo sito sono reperite in internet. Qualora violino eventuali diritti d'autore, verranno rimosse su richiesta dell'autore o detentore dei diritti di riproduzione.