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E dalle urne ne uscirono tutti a pezzi. Tranne una

L’affluenza al Referendum non raggiunge il 21%, alle Elezioni Amministrative supera di poco il 54%. Alle 14 al via gli scrutini.

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a destra volano stracci Meloni arrabbiata con Salvini

Il campo largo sognato da Letta non decolla, il Movimento 5 Stelle non pare rinfrancato dalla cura Conte, il centrodestra alla resa dei conti, anzi degli scrutini, grazie al probabile sorpasso della Meloni che riscriverebbe gli equilibri di coalizione, con Salvini che ha già perso il “suo” referendum. Cosa cambia ora negli schieramenti dopo il risultato del Referendum e delle Amministrative?

Di sicuro, emerge un dato: gli elettori hanno di gran lunga preferito il mare. O la montagna. Comunque non i seggi elettorali, dove si è recata una percentuale bassissima di elettori. In generale, urne deserte per il Referendum sulla Giustizia, mentre coloro che sono andati a votare per eleggere il sindaco, erano di meno rispetto a cinque anni fa. Molto meno. Nessuno dei quesiti referendari ha raggiunto il 21% dell’affluenza: 20,90% per quello sull’incandidabilità dei condannati, 20,88% per tutti gli altri, ovvero quelli su limitazioni alla custodia cautelare, separazione delle funzioni del magistrato, presenza di membri laici nei consigli giudiziari e elezioni dei componenti togati al Csm. Il risultato delle consultazioni popolari su Referendum e Elezioni Amministrative, non sorride a nessun partito, tranne Fratelli d’Italia, che se anche non otterrà un plebiscito, metterà a segno una vittoria decisiva.

Il Referendum non ha mai rinfocolato ardentemente il dibattito interno. Secondo alcuni l’astensionismo non è da imputare ad una scelta precisa, come accaduto in passato, bensì alla farraginosità dei quesiti, troppo tecnici, che non sarebbero stati compresi fino in fondo dalla cittadinanza nei contenuti e nelle finalità. Né sarebbero stati illustrati correttamente. Qualcuno ha parlato anche di bavaglio, voluto o imposto, ai media.

Secondo altri invece, la scarsa partecipazione ai quesiti referendari è una precisa indicazione, non soltanto in merito ai quesiti ammessi, ma anche verso quelli non ammessi. L’assenza delle domande relative al fine vita e alla legalizzazione della cannabis, sostenuti da raccolte di firme popolari, ma bocciati dalla Consulta, avrebbe dunque comportato una diserzione simbolica.

Comunque sia non ha pagato la scelta del Carroccio di intestarsi questa battaglia, tanto cara a Forza Italia. Come capitato ad un altro Matteo prima di lui, Salvini rischia di pagare a caro prezzo il fallimento di una campagna referendaria. Se le urne confermassero, come pare, le previsioni e i sondaggi, Fratelli d’Italia si troverebbe in testa da un punto di vista elettorale, non soltanto nella coalizione di centrodestra. E questo significherebbe riscrivere tutti gli equilibri di potere interni e la strategia in vista delle Elezioni Politiche del 2023. E qualcuno riporta già in auge l’ipotesi proporzionale.

Dall’altra parte non è più rosea la situazione. Il Partito Democratico sembrerebbe aver tenuto, ma il campo largo sognato da Letta non decolla. Pd e Movimento 5 Stelle non si sono schierati insieme in tutti i Comuni e quando l’hanno fatto, stando a sondaggi ed exit poll, non hanno radunato plebisciti. Più complicata la situazione in casa pentastellata, dove la cura Conte per il ritorno alle origini del Movimento al momento non sta dando i suoi frutti e non si placano dissidi e malumori interni.

L’esito delle consultazioni non dovrebbe comunque comportare scossoni significativi per il Governo, la cui compattezza però è assai più sfilacciata. Certo nelle elezioni comunali, il dato politico che emerge si diluisce, però emergono comunque dati e spunti di riflessione. In molti casi preoccupanti. I partiti sanno che hanno un anno circa per rastrellare i consensi perduti ed allestire una strategia elettorale e questa crea diversi grattacapi più o meno a tutti i leader. Tranne la Meloni.

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29 anni dalla discesa in campo, Berlusconi: «non mi tiro indietro, siamo insostituibili»

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Silvio Berlusconi ha spento 29 candeline di impegno politico: il 26 gennaio 1994 la “discesa in campo”, ieri un video per celebrare questo quasi trentennio.

Dal VHS alle dirette streaming, senza battere ciglio. D’altronde per uno che ha mandato in onda tre televisioni solo in Italia, ci si aspetta una certa confidenza con il mezzo televisivo. 29 anni dopo la discesa in campo Silvio Berlusconi si rivolge ancora ai telespettatori. Era il 26 gennaio 1994 quando pronunciò «L’Italia è il Paese che amo» e ieri, nel giorno in cui cadeva il ventinovesimo anniversario, ha voluto ricordarlo con un nuovo messaggio video.

La scrivania è cambiata, i capelli anche (adesso sono di più?), la cadenza si è fatta un po’ meno scandita, ma la verve e l’entusiasmo sono ancora quelli di un tempo. Anche perché nel frattempo è diventato un tiktoker da 5 milioni di follower. Come una rockstar in tour senza nessun nuovo album, Berlusconi si aggrappa ai cavalli di battaglia: lotta al comunismo, inseguimento delle libertà [forse un po’ troppo? Ndr], lavoro, benessere e pace fiscale. Silvio ne ha per tutti.

Dagli esterni («abbiamo impedito la salita al potere di una sinistra molto comunista, i cui leader erano molto amici del Unione Sovietica e a cui la magistratura aveva spianato la strada»), agli alleati («Forza Italia è ancora il cuore e l’anima del centrodestra, siamo insostituibili e fondamentali»). Poi nel video messaggio Silvio elenca alcuni risultati mirabili dei suoi governi: mai messo mani nelle tasche degli italiani; disoccupazione sotto la media europea, diverse opere pubbliche ed infrastrutture strategiche, lotta alla mafia [almeno un mafioso di alto profilo venne effettivamente arrestato: faceva lo stalliere ad Arcore ndr], investimenti al sud, azzeramento sbarchi, fine della guerra fredda.

E dopo 29 anni spesi per costruire un mondo migliore e tante energie infuse nel creare benessere per i suoi contemporanei e per i posteri, può forse Berlusconi fermarsi e riposare? Ma certo che no, c’è ancora tanto da fare e Silvio da Arcore non ha nessuna intenzione di ritirarsi a vita privata: «lasciai le mie amate aziende e il mio lavoro per dedicarmi ad un’impresa più difficile, ma più importante, a servizio della libertà».

Concetto ripetuto in serata sulla rete amica, Rete4, ai microfoni di Paolo Del Debbio a “Dritto e Rovescio”: «Non mi tiro indietro Sto facendo campagna elettorale per le regionali nel Lazio e in Lombardia e siamo fiduciosi di ottenere buoni risultati». Insomma, «c’è ancora tanto da fare per il Paese che amo». L’Italia chiamò.

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La proposta del ministro dell’istruzione: stipendi professori differenziati per regioni

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Giuseppe Valditara propone una differenziazione regionale per gli stipendi dei professori, per eliminare le disparità del costo della vita ed ovviamente si apre la polemica. Poco dopo il ministro chiarisce: «non intendevo fare differenze tra nord e sud». Tra le altre ipotesi, quella di aprire ai privati. E nel frattempo in Alto Adige si discute se abolire voti inferiori al 4.

Parlando alla piattaforma di dialogo promossa da PwC e gruppo Gedi “Italia 2023: persone, lavoro, impresa”, il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara scatena reazioni contrastanti proponendo le sue formule per la scuola. Il ministro, discutendo del bisogno della scuola pubblica di trovare nuove forme di finanziamento, anche al di fuori di quelle pubbliche, ha aperto all’ipotesi di differenziazone regionale per quanto rigaurda le retribuzioni dei docenti. In sostanza, stipendi di docenti e professori diversi tra le diverse regioni, per far fronte alla disparità del costo della vita.

Un’uscita che ha scatenato ovviamente una buona dose di polemiche, tanto che il ministro poco dopo ha voluto precisare che non si riferiva ad una differenza tra nord e sud dl Paese, ma piuttosto di una quantificazione caso per caso su tutta la penisola.

Ma quella di differenziare tra le regioni gli stipendi dei professori non è stata l’unica proposta del ministro destinata a discutere. Valditara infatti non esclude l’idea di far entrare finanziamenti provati nelle scuole pubbliche: «trovare nuove strade, anche sperimentali, di sinergia tra il sistema produttivo, la società civile e la scuola, per finanziare l’istruzione, oltre allo sforzo del governo».

E in merito alle proposte per la scuola che fanno discutere , va segnalata quella presentata dall’assessore provinciale alla scuola in lingua tedesca dell’Alto Adige, Philipp Achammer, secondo il quale bisognerebbe abolire i voti sotto al 4 in pagella: «non hanno alcun valore educativo e pedagogico». Non è dello stesso avviso l’omologo di lingua italiana, Giuliano Vettorato, che afferma: ««Lo hanno per il merito e la professionalità dei docenti».

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L’incetta di biglietti del treno omaggio degli ex parlamentari

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Sul finire della legislatura scorsa, 38 parlamentari convinti che non sarebbero stati rieletti, hanno fatto incetta di carnet e biglietti del treno Alta Velocità omaggio. Solo negli ultimi mesi del governo Draghi, oltre 80 mila euro di titoli di viaggio. Il caso più emblematico, un onorevole piemontese No-Tav: 11 mila euro di biglietti del treno Alta Velocità.

Con l’ipotesi di restare appiedati che si andava concretizzando sempre di più, 38 ex parlamentari, sul finire della precedente legislatura, hanno fatto incetta di carnet e biglietti del treno Alta Velocità, in omaggio ai deputati. Ne dà notizia Il Foglio che non cita i parlamentari in questione, ma indica da che partito provengono: 30 dal Movimento 5 Stelle, 5 dal Partito Democratico, 4 da Italia Viva, 2 dalla Lega ed uno da Fratelli d’Italia.

L’agenzia Carlson Wagonlt, convenzionata con la Camera, è stata letteralmente presa d’assalto dal giorno delle dimissioni del presidente Draghi e fino a quello dell’insediamento della presidente MEloni. In questo arco temporale, tre mesi scarsi, staccati biglietti e carnet pèer un valore superire aglin80 mila euro. Più di 50 solo ad ottobre.

Il caso più emblematico di tutti ha per protagonista un deputato piemontese celebre per le suye battaglie No-Tav. Si è fatto staccare biglietti e carnet per i treni Alta Velocità per un totale di 11.226 euro.

Una mossa lecita quella di chiedere i biglietti del treno omaggio da parte dei 38 ex parlamentari, ma non proprio elegante. Il diritto a viaggiare gratis sui treni oltretutto, scade con l’avvio di una nuova legislatura, come hanno ricordato ai diretti interessati gli uffici di Montecitorio. Alcuni hanno riconsegnato i titoli di viaggio. Altri invece starebbero ancora correndo a tutta velocità lungo le ferrovie italiane, senza pagare il biglietto.

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