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Cronaca

Invalidate migliaia di lauree in medicina conseguite in un istituto italo-bosniaco a Palermo

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lauree in medicina invalidate

Anni di studio e sacrifici anche economici per niente: le lauree in medicina conseguite all’istituto Jean Monnet di Palermo, che si presentava come il dipartimento italiano dell’università di Gorazde in Bosnia Erzegovina, sono state invalidate.

Corsi online con personalità di spicco del mondo accademico, tirocini, sessioni di esame e migliaia di laureati sfornati in oltre dieci anni di attività. Ma dopo le perquisizioni di ieri, le lauree in medicina conseguite presso quello che si presentava come il dipartimento italiano dell’università di Gorazde in Bosnia Erzegovina, l’istituto Jean Monnet di Palermo, sono state invalidate.

L’indagine è partita in seguito a diverse segnalazioni giunte da tutta Italia. I corsi proposti, Medicina, Infermieristica e Fisioterapia, potevano costare anche 26 mila euro all’anno. Ma lo pseudo ateneo italo-bosniaco non era mai stato autorizzato dal ministero dell’Università e della ricerca.

Sono tre gli indagati: Salvatore Messina, già arrestato nel 2004 per una frode alla Ue da 9 milioni di euro su corsi di formazione, fu condannato ma se la cavò con la prescrizione, suo figlio Dario e il prestanome Alessio Culotta. Le accuse sono di truffa, riciclaggio e omessa dichiarazione fiscale.

L’ambasciata della Bosnia-Erzegovina in Italia è detto la propria sulla faccenda: «Davvero una brutta storia, abbiamo chiesto informazioni all’ambasciata italiana a Sarajevo – ha commentato l’ambasciatrice Amira Arifović Harms – e avvisato il ministero degli Affari Esteri bosniaco. Il ministero avvertirà le autorità competenti per accertare eventuali responsabilità. Ma noi non siamo coinvolti né sappiamo nulla di quanto accadeva in questa università».

Oggi si è appreso anche che tre anni fa il Mur aveva inviato una nota alla Conferenza dei rettori delle università italiane, avvertendo che in alcune facoltà erano stati riconosciuti degli esami sostenuti alla Gorazde «in aggiramento della normativa italiana sull’accesso programmato». Il Mur ha sottolineato a Repubblica: «Nessuno ha risposto ufficialmente a quella nota».

Cronaca

Arrestato sospetto terrorista a Fiumicino: «fa parte dell’Isis»

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113 polizia volante pantera

Ha 32 anni, proviene dal Tagikistan ed era latitante da diverso tempo. Viaggiava sotto falsa identità.

Pendeva un mandato d’arresto internazionale per l’uomo di 32 anni originario del Tagikistan, arrestato oggi all’aeroporto di fiumicino con l’accusa di essere un terrorista dell’Isis. L’uomo si sarebbe arruolato nelle milizie del califfato nel 2014 ed avrebbe combattuto in Siria nello stesso anno.

Secondo quanto riportato da Adnkronos, per eludere le forze dell’ordine che lo cercavano da diverso tempo, viaggiava con documenti fasulli. Sarebbero stati diversi gli alias a sua disposizione, con differenti età e nazionalità, in particolare Uzbekistan, Kirghizistan e Ucraina.

Il sospetto terrorista arrestato oggi è’ atterrato in Italia, a Fiumicino, alle 11:45. Proveniva dall’aeroporto di Eindhoven, nei Paesi Bassi. E’ stato fermato dalla Digos capitolina sotto il coordinamento della Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione e con l’aiuto della Polizia di Frontiera di Fiumicino.

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Cronaca

L’ex ministro della Salute Speranza minacciato ad Ostia da un gruppo no-vax

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roberto speranza aggredito dai no-vax ad ostia

Speranza si trovava nel comune laziale per presentare il suo libro: il drappello di contestatori no-vax lo ha bloccato in municipio e si è reso necessario l’intervento delle forze dell’ordine.

Doveva presentare il suo libro “Perché guariremo” ma la presentazione è saltata: ad aspettare Roberto Speranza in municipio ad Ostia c’era un nutrito gruppo di no-vax che ha aggredito l’ex ministro della Salute.

Speranza si è rifugiato in municipio e vi è rimasto confinato per una buona mezz’oretta. C’è voluto l’intervento delle forze dell’ordine per disperdere i contestatori e permettergli di uscire senza che si verificassero ulteriori incidenti.

«Assassino» l’epiteto più volte scandito in direzione dell’ex ministro, raggiunto da minacce anche di morte. Nemmeno la moglie di Speranza è stata risparmiata dal drappello di contestatori che l’ha più volte apostrofata come «travestito».

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Cronaca

La figlia di Verdini patteggia una pena di un anno per truffa

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tribunale giustizia sentenza giudice poeta

Fingendosi avvocato, ha assunto le difese di una donna che per anni ha creduto di essere difesa: in realtà la causa non è mai partita e la figlia di Verdini ha patteggiato una pena ad un anno per tentata truffa e falsità materiale.

Non c’è pace per la famiglia Verdini: il padre Denis è in carcere, la figlia Francesca ha come fidanzato Matteo Salvini ed ora anche la figlia Diletta è finita nei guai ed ha patteggiato un anno di pena per tentata truffa ad una badante. Spacciandosi per avvocato, ha “assunto” la difesa della donna, senza mai far partire la causa. Le accuse nei suoi confronti erano di tentata truffa e falsità materiale.

La vicenda è salita agli onori della cronaca grazie ad un servizio de Le Iene. Il Corriere Fiorentino poi ha ricostruito i dettagli. Nel 2016 una donna rumena, in Italia da 17 anni, ha deciso di intentare causa contro le figlie di una signora che aveva assistito, che non avrebbero pagato le sue prestazioni. A questa, Diletta Verdini avrebbe millantato di essere avvocato. La donna si è dunque affidata a lei, che l’avrebbe costantemente tenuta aggiornata sull’evolversi della causa.

Nel 2022 è arrivata pure la bella notizia: la causa è vinta, alla donna vanno 4.300 euro. A stabilirlo una sentenza del tribunale del lavoro di Firenze stampata su carta intestata del tribunale di Firenze con tanto di sezione lavoro, numero di procedimento e firma del giudice. Ma era tutto falso: Diletta Verdini non era un avvocato e la causa non è mai partita.

La signora però non lo sapeva e le chiede quando potrà ricevere il risarcimento che il Tribunale le ha riconosciuto. Il suo legale non risponde chiaramente, tentenna, prende tempo. Ci sono alcuni ritardi tecnici non meglio specificata.

La signora però è perplessa e decide di consultare un altro avvocato, che non ci mette molto a capire la situazione:  la firma sul documento appartiene a una giudice realmente esistente, ma del tutto estranea alla sentenza ed il numero di iscrizione al registro generale corrisponde ad un’altra causa che vede coinvolti altri soggetti. 

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