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La Moratti si chiama fuori: «per il Quirinale solo Berlusconi». E il Cav convoca un vertice

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la Moratti smentisce la sua Candidatura a Presidente della Repubblica e Berlusconi convoca un vertice del centro destra

Letizia Moratti smentisce la sua candidatura a Presidente della Repubblica ed ogni voce che la vede in corsa per il Quirinale, sponsorizzata anche da Giorgia Meloni. Intanto per domani nella roccaforte romana del Cav, vertice aperto a tutte le forze, anche quelle più deboli, del centro destra.

«L’unico nome per il Quirinale è quello del Presidente Silvio Berlusconi. Io mi occupo di sanità in Regione Lombardia. È un impegno che cerco di portare avanti con tutta me stessa». Così Letizia Moratti smentisce la sua candidatura a Presidente della Repubblica, a margine dell’inaugurazione di una nuova palestra dell’istituto minorile Cesare Beccaria, ieri a Milano. La discussa ex Ministro dell’Istruzione, ex candidata sindaco di Milano in un’elezione che perse contro Pisapia anche a causa di un disastroso dibattito a pochi giorni dal voto, attuale assessore al Welfare e vice Presidente della Regione Lombardia si chiama fuori. Non correrà in qualità di prima donna Capo dello Stato. Se sia stata del tutto lei a tirarsi indietro o se sia stato Silvio da Arcore a richiamarla all’ordine, non è dato saperlo.

Certo è che per la sua candidatura si è indirettamente esposta Giorgia Meloni. Le due sono state viste insieme a pranzo. Secondo le indiscrezioni della stampa stavano parlando appunto di come fare per far salire al Colle la Moratti. Ipotesi subito smentita dalla leader di Fratelli d’Italia, secondo la quale stavano parlando della sanità lombarda. Nemmeno il motivo per cui il vice Presidente della Regione Lombardia ed una deputata romana dell’opposizione priva di incarichi ministeriali o governativi dovrebbero parlare della sanità della Regione è dato saperlo.

La notizia tuttavia non è stata ben accolta dal Cavaliere, che da mesi si sta muovendo per trasferirsi al Quirinale. Nonostante rassicurazioni e manifestazioni di lealtà, Silvio non si sente rassicurato per niente e sa che l’appoggio dei suoi “alleati” non è poi così scontato. Il centro destra è spaccato su questo punto. Al di là delle frasi di circostanza, né Salvini né Meloni sono davvero convinti sul Cav. Se il primo ha idee poco chiare, ma non metterebbe alcun veto a Draghi, alla seconda non dispiacerebbe proprio che il premier lasci libera la stanza di Palazzo Chigi che tanto le piace.

Dal canto suo Berlusconi sa che se anche il centro destra lo sostenesse compatto, i voti non sarebbero sufficienti e dovrebbe rastrellare ciò che gli manca in Parlamento. Un’impresa che già così  pare di difficile compimento e che diventa impossibile se tra le sue fila si radunano franchi tiratori.

Eppure questo sembra lo scenario più realistico. Berlusconi non si rassegna e convoca un vertice di coalizione, aperto a tutte le forze politiche del centro destra, anche quelle più deboli, al fine di ricompattare le file del centro destra e ottenere definitivamente la rassicurazione che sarà lui il candidato alle prossime elezioni del Capo dello Stato. Pertanto domani a Villa Grande a Roma, meeting tra Berlusconi, Salvini e Meloni, ma anche Toti, Lupi e Cesa. Se ne uscirà una fumata bianca, nera, o grigia non è dato saperlo.

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29 anni dalla discesa in campo, Berlusconi: «non mi tiro indietro, siamo insostituibili»

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Silvio Berlusconi ha spento 29 candeline di impegno politico: il 26 gennaio 1994 la “discesa in campo”, ieri un video per celebrare questo quasi trentennio.

Dal VHS alle dirette streaming, senza battere ciglio. D’altronde per uno che ha mandato in onda tre televisioni solo in Italia, ci si aspetta una certa confidenza con il mezzo televisivo. 29 anni dopo la discesa in campo Silvio Berlusconi si rivolge ancora ai telespettatori. Era il 26 gennaio 1994 quando pronunciò «L’Italia è il Paese che amo» e ieri, nel giorno in cui cadeva il ventinovesimo anniversario, ha voluto ricordarlo con un nuovo messaggio video.

La scrivania è cambiata, i capelli anche (adesso sono di più?), la cadenza si è fatta un po’ meno scandita, ma la verve e l’entusiasmo sono ancora quelli di un tempo. Anche perché nel frattempo è diventato un tiktoker da 5 milioni di follower. Come una rockstar in tour senza nessun nuovo album, Berlusconi si aggrappa ai cavalli di battaglia: lotta al comunismo, inseguimento delle libertà [forse un po’ troppo? Ndr], lavoro, benessere e pace fiscale. Silvio ne ha per tutti.

Dagli esterni («abbiamo impedito la salita al potere di una sinistra molto comunista, i cui leader erano molto amici del Unione Sovietica e a cui la magistratura aveva spianato la strada»), agli alleati («Forza Italia è ancora il cuore e l’anima del centrodestra, siamo insostituibili e fondamentali»). Poi nel video messaggio Silvio elenca alcuni risultati mirabili dei suoi governi: mai messo mani nelle tasche degli italiani; disoccupazione sotto la media europea, diverse opere pubbliche ed infrastrutture strategiche, lotta alla mafia [almeno un mafioso di alto profilo venne effettivamente arrestato: faceva lo stalliere ad Arcore ndr], investimenti al sud, azzeramento sbarchi, fine della guerra fredda.

E dopo 29 anni spesi per costruire un mondo migliore e tante energie infuse nel creare benessere per i suoi contemporanei e per i posteri, può forse Berlusconi fermarsi e riposare? Ma certo che no, c’è ancora tanto da fare e Silvio da Arcore non ha nessuna intenzione di ritirarsi a vita privata: «lasciai le mie amate aziende e il mio lavoro per dedicarmi ad un’impresa più difficile, ma più importante, a servizio della libertà».

Concetto ripetuto in serata sulla rete amica, Rete4, ai microfoni di Paolo Del Debbio a “Dritto e Rovescio”: «Non mi tiro indietro Sto facendo campagna elettorale per le regionali nel Lazio e in Lombardia e siamo fiduciosi di ottenere buoni risultati». Insomma, «c’è ancora tanto da fare per il Paese che amo». L’Italia chiamò.

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La proposta del ministro dell’istruzione: stipendi professori differenziati per regioni

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Giuseppe Valditara propone una differenziazione regionale per gli stipendi dei professori, per eliminare le disparità del costo della vita ed ovviamente si apre la polemica. Poco dopo il ministro chiarisce: «non intendevo fare differenze tra nord e sud». Tra le altre ipotesi, quella di aprire ai privati. E nel frattempo in Alto Adige si discute se abolire voti inferiori al 4.

Parlando alla piattaforma di dialogo promossa da PwC e gruppo Gedi “Italia 2023: persone, lavoro, impresa”, il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara scatena reazioni contrastanti proponendo le sue formule per la scuola. Il ministro, discutendo del bisogno della scuola pubblica di trovare nuove forme di finanziamento, anche al di fuori di quelle pubbliche, ha aperto all’ipotesi di differenziazone regionale per quanto rigaurda le retribuzioni dei docenti. In sostanza, stipendi di docenti e professori diversi tra le diverse regioni, per far fronte alla disparità del costo della vita.

Un’uscita che ha scatenato ovviamente una buona dose di polemiche, tanto che il ministro poco dopo ha voluto precisare che non si riferiva ad una differenza tra nord e sud dl Paese, ma piuttosto di una quantificazione caso per caso su tutta la penisola.

Ma quella di differenziare tra le regioni gli stipendi dei professori non è stata l’unica proposta del ministro destinata a discutere. Valditara infatti non esclude l’idea di far entrare finanziamenti provati nelle scuole pubbliche: «trovare nuove strade, anche sperimentali, di sinergia tra il sistema produttivo, la società civile e la scuola, per finanziare l’istruzione, oltre allo sforzo del governo».

E in merito alle proposte per la scuola che fanno discutere , va segnalata quella presentata dall’assessore provinciale alla scuola in lingua tedesca dell’Alto Adige, Philipp Achammer, secondo il quale bisognerebbe abolire i voti sotto al 4 in pagella: «non hanno alcun valore educativo e pedagogico». Non è dello stesso avviso l’omologo di lingua italiana, Giuliano Vettorato, che afferma: ««Lo hanno per il merito e la professionalità dei docenti».

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L’incetta di biglietti del treno omaggio degli ex parlamentari

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Sul finire della legislatura scorsa, 38 parlamentari convinti che non sarebbero stati rieletti, hanno fatto incetta di carnet e biglietti del treno Alta Velocità omaggio. Solo negli ultimi mesi del governo Draghi, oltre 80 mila euro di titoli di viaggio. Il caso più emblematico, un onorevole piemontese No-Tav: 11 mila euro di biglietti del treno Alta Velocità.

Con l’ipotesi di restare appiedati che si andava concretizzando sempre di più, 38 ex parlamentari, sul finire della precedente legislatura, hanno fatto incetta di carnet e biglietti del treno Alta Velocità, in omaggio ai deputati. Ne dà notizia Il Foglio che non cita i parlamentari in questione, ma indica da che partito provengono: 30 dal Movimento 5 Stelle, 5 dal Partito Democratico, 4 da Italia Viva, 2 dalla Lega ed uno da Fratelli d’Italia.

L’agenzia Carlson Wagonlt, convenzionata con la Camera, è stata letteralmente presa d’assalto dal giorno delle dimissioni del presidente Draghi e fino a quello dell’insediamento della presidente MEloni. In questo arco temporale, tre mesi scarsi, staccati biglietti e carnet pèer un valore superire aglin80 mila euro. Più di 50 solo ad ottobre.

Il caso più emblematico di tutti ha per protagonista un deputato piemontese celebre per le suye battaglie No-Tav. Si è fatto staccare biglietti e carnet per i treni Alta Velocità per un totale di 11.226 euro.

Una mossa lecita quella di chiedere i biglietti del treno omaggio da parte dei 38 ex parlamentari, ma non proprio elegante. Il diritto a viaggiare gratis sui treni oltretutto, scade con l’avvio di una nuova legislatura, come hanno ricordato ai diretti interessati gli uffici di Montecitorio. Alcuni hanno riconsegnato i titoli di viaggio. Altri invece starebbero ancora correndo a tutta velocità lungo le ferrovie italiane, senza pagare il biglietto.

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