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Cultura

La storia di Matteo Ricci

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‘Gesuiti, euclidei, vestiti come dei bonzi alla corte degli imperatori della dinastia dei Ming.’

Abbiamo più volte sentito questa strofa della canzone ‘Centro di gravità permanente’ scritta da Franco Battiato e Giusto Pio, le cui parole sono dedicate a Matteo Ricci, nato a Macerata ed entrato nell’ Ordine dei Gesuiti nel 1571.

 Anno in cui fu anche testimone della cruenta battaglia di Lepanto.

Matteo Ricci si dedicò a studi scientifici, in particolare ad astronomia, matematica, geografia e cosmologia, realizzò inoltre il primo Planisfero (carta geografica) con la Cina, parola che significa Regno di mezzo, al centro.

Vissuto al tempo della dinastia Ming, oltre ad aver impresso un forte impulso all’azione evangelizzatrice, padre Matteo Ricci è riconosciuto come uno dei più grandi missionari in Cina.

Prima di lui ci furono i gesuiti Alessandro Saverio, Francesco Valignano e, ovviamente, Marco Polo, il quale ha anche un ponte intitolato a suo nome e che fu all’origine dell’incidente che provocò la seconda guerra sino-giapponese.

Il vero sinologo però è considerato il gesuita Ricci che fu anche l’unico occidentale ad avere l’onore di entrare nella Città Proibita.

Egli capì che per conquistare il cuore della Cina doveva immedesimarsi nella cultura e nella società e a questo fine inizialmente impose a se stesso l’attento studio della lingua cinese e, a seguire, si convinse che l’idea di evangelizzazione intesa come il raggiungimento del più alto numero di convertiti non fosse la via giusta da seguire.

Questa riflessione lo condusse nella ricerca della cultura cinese in tutti i suoi aspetti attraverso la quale avrebbe poi potuto portare il messaggio cristiano.

Nell’accettare molti riti locali, come ad esempio quello degli antenati, si ritrovò in una situazione di profondo imbarazzo che arrivarono a forti disaccordi con la Chiesa di Roma, dissidi che addirittura provocarono la soppressione temporanea dell’Ordine dei Gesuiti.

Cosa che, d’altro canto, ebbe il suo lato positivo nel far crescere e rafforzare il legame di stima reciproca con la classe colta e con le schiere governative cinesi al punto che, proprio grazie al rispetto che si era guadagnato, venne raccomandato per l’ingresso a Pechino, capitale del ‘Regno di Mezzo’.

Assunse il nome di Lì Mǎdòu, dalla traslitterazione delle proprie iniziali nei suoni cinesi in lingua Mandarina, e all’inizio si vestì come un bonzo buddista per assumere in seguito gli abiti dello studioso confuciano, cosa che gli permise di ricevere dalla cerchia dei mandarini il titolo onorifico di Tàixī Rúshì: studioso confuciano del grande Occidente.

Matteo Ricci tradusse Confucio in latino, ed è proprio grazie a lui se noi oggi conosciamo questo filoso cinese il cui vero nome è Kǒng Fūzǐ.

Il gesuita di Macerata cercò anche di tradurre in cinese alcuni testi fondamentali della cultura occidentale, come la geometria euclidea e naturalmente i testi di natura religiosa.

Ma certamente la traduzione in latino dei testi classici del confucianesimo, costituisce la vera impresa culturale per l’epoca.

Mentre Galileo Galilei annunciava al mondo le sue teorie, Ricci si presentava alla cultura cinese portando in una mano il mappamondo e la Geometria di Euclide, e nell’altra l’amicizia per trasformare il dialogo tra popoli diversi nella forza comune di costruire un futuro migliore.

Un breve discorso merita la Cina, società antichissima, complessa e che nulla aveva da invidiare alla società occidentale, il suo livello di produzione era superiore a quello americano, inglese ed europeo in genere, ma la resistenza mentale verso il mondo esterno, era fortemente penalizzante.

La dinastia Ming, con l’imperatore Yongle, cercò di aprire la Cina al mondo, soprattutto dopo la sua degradazione durante la dinastia Yuan e il regno di Hongwu, e fece riparare e riaprire il Grand Canale della Cina al fine di rifornire la nuova capitale di merci e prodotti alimentari con un flusso costante.

Commissionò ben 7 viaggi esplorativi a Zheng He, un eunuco musulmano cinese (nome arabo) Hajji Mahmud, navigatore e diplomatico che si potrebbe tranquillamente paragonare a Colombo e a Magellano.

Tuttavia il forte attaccamento alle proprie tradizioni e la mentalità definita ‘confuciana’ non permisero alla Cina di espandersi ulteriormente nonostante l’immenso potenziale.

Se il Papa da una parte e l’Imperatore Yongle dall’ altra non si fossero chiusi nelle loro posizioni, il musulmano Zheng He e il cattolico Matteo Ricci avrebbero potuto cambiare la storia, con una Cina superpotenza e Cristiana.

L’insegnamento, assolutamente attuale anche ai giorni nostri, che deriva da questo capitolo di storia purtroppo largamente ignorato, è che il dialogo reciproco tra uomini e culture sono basilari per la costruzione di civiltà dell’umanità intera.

di Chiara Cavalieri

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