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Il vigile in borghese accerchiato e picchiato ha fatto bene ad estrarre l’arma?

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Milano movida molesta vigile picchiato parte un colpo dalla pistola

Ha già fatto il giro del web e delle tv il video in cui parte un colpo di pistola durante una colluttazione tra un vigile in borghese e un gruppo di ragazzi scalmanati. L’episodio è avvenuto ieri a Milano. L’agente è stato accerchiato, pestato e disarmato dal branco. Per fortuna nessuna è stato raggiunto dal proiettile. Mentre si tira un sospiro di sollievo per una tragedia sfiorata e vengono identificati gli aggressori, ci si domanda se l’agente abbia agito correttamente e se sia stato opportuno estrarre l’arma d’ordinanza.

Prima un colpo in aria per tentare di disperdere il branco, poi la colluttazione a seguito della quale è partito un altro colpo di pistola. Poteva essere ben più grave il bilancio di quanto avvenuto in zona Navigli a Milano nella notte tra venerdì e sabato, un episodio di movida molesta che si è concluso con l’aggressione ad un vigile in borghese di 61 anni, accerchiato, picchiato, prima di essere disarmato della sua pistola. Ha riportato diverse contusioni e ferite, ma le sue condizioni non destano particolari preoccupazioni.

Ora che è tornata la quiete e sono stati già individuati i responsabili, almeno in parte, ci si domanda però se la decisione di estrarre l’arma sia stata opportuna, o meno. L’agente stava prestando servizio in borghese a bordo di una pattuglia, impegnato nelle verifiche della corretta applicazione della normativa sul servizio d’asporto durante le ore notturne. Mentre stava scattando alcune fotografie con il suo smartphone, alcuni ragazzi del branco lo hanno notato ed hanno accerchiato l’auto. In base a quanto dichiarato da alcuni residente della zona, la pattuglia era stata allertata da alcune segnalazioni relative a schiamazzi e atti vandalici.

Uno dei membri del branco ha anche immortalato quanto avvenuto. Il video mostra gran parte della colluttazione. Nelle immagini si vede l’agente fuori dal mezzo. In mano ha l’arma. Nelle sequenze successive si vede che spara in aria, nel tentativo di disperdere i giovani, che però lo aggrediscono, tentando di sottrargli l’arma. Poco dopo, durante la colluttazione, esplode un altro colpo di pistola, che però era puntata verso il basso. Fortunatamente il proiettile non ha colpito nessuno. Infine, dopo calci e pugni, il branco riesce a strappare l’arma dalle mani dell’agente, che viene ancora raggiunto da varie percosse, prima di darsi alla fuga. Stavano infatti giungendo i rinforzi chiamati dalla collega a bordo della pattuglia. La pistola è stata ritrovata poco dopo, sotto un’auto in sosta, abbandonata durante la fuga.

Già individuati, almeno in parte, gli aggressori. Alcuni di essi sono maggiorenni ed un paio sono già stati identificati. Si tratta di ragazzi provenienti da fuori regione, che hanno deciso di trascorrere un week end di bagordi a Milano. Ancora scosso l’agente aggredito, che afferma di aver dovuto sparare perché in pericolo, dal momento che i ragazzi, ubriachi, erano fuori controllo.

Eppure in molti st stanno interrogando in queste ore se sia stata corretta la scelta di estrarre l’arma. Il vigile in borghese picchiato e dalla cui pistola è partito un colpo, non è certo un novellino: 35 anni di servizio alle spalle. Nelle immagini, lo si vede affrontare da solo, ad eccezione della collega a bordo della pattuglia, un gruppo di ragazzi scalmanati e in preda ai fumi dell’alcol, con la pistola già in mano. Come si vede, è stata solo una questione di fortuna se nessuno è rimasto ferito in seguito al secondo colpo esploso. Era davvero necessario tirare fuori l’arma? E se i ragazzi gliel’avessero sottratta prima dell’arrivo dei rinforzi? E ancora, non sarebbe stato piò opportuno aspettare l’arrivo di altri agenti prima di intervenire?

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Salvini contro Zelensky a San Remo: «festival della canzone e non altro»

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L’annuncio da parte dei vertici Rai circa la presenza del presidente ucraino Volodymyr Zelensky al Festival di San Remo, con un messaggio video , fa storcere il naso a Matteo Salvini: «se avrò tempo per guardare San Remo sarà per ascoltare le canzoni».

Volodymyr Zelensky sul palco dell’Ariston, in collegamento video. Durante il Festival di San Remo, sarà trasmesso un video messaggio del presidente ucraino Zelensky. L’annuncio è stato dato ieri, sebbene già da qualche mese fosse noto che vi si stava lavorando mei corridoi di viale Mazzini. Una scelta che diventa inevitabilmente politica e che non trova tutti d’accordo. Tra coloro non particolarmente entusiasti alla presenza di Zelensky a San Remo, Matteo Salvini.

«Speriamo che Sanremo rimanga il festival della canzone italiana e non altro» ha affermato il ministro dei Trasporti, che anche in passato ha dimostrato di avere particolarmente a cuore la rassegna musicale e che ha aggiunto che qualora trovasse il tempo per guardare il popolare festival, lo farebbe solo per «ascoltare le canzoni e non per ascoltare altro».

Un’uscita che rinfocola le scintille in maggioranza relativamente al sostegno militare all’Ucraina, che in merito alla politica estera, soprattutto per quanto riguarda il macro tema Russia, non è apparsa monolitica.

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Scontro tra direttori (e prof): Mentana chiede a Travaglio di dissociarsi da Orsini

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«Il signor Orsini sarà chiamato a rispondere di questa falsificazione, ma mi piacerebbe che il tuo giornale si dissociasse» Mentana scrive una lettera a Travaglio in merito ad un articolo pubblicato dal fatto Quotidiano a firma di Alessandro Orsini.

Il direttore del tg di La7 Enrico Mentana ha scritto una lettera al direttore de Il Fatto Quotidiano Marco Travaglio per chiedergli di dissociarsi da un articolo a firma di Alessandro Orsini che il quotidiano ha pubblicato.

Nell’articolo Orsini ha scritto: «i media dominanti hanno assecondato la linea estremista di Biden e la narrazione secondo cui la Russia è uno Stato debolissimo con un esercito di cartone. Corriere della Sera, Repubblica, La Stampa, Il Foglio, Libero, Il Giornale, L’Espresso, Radio 24, Enrico Mentana molti altri irresponsabili hanno fatto a gara a sostenere questa rappresentazione grottesca della realtà». In merito a questa frase Mentana scrive a Travaglio: «Il signor Orsini sarà chiamato ovviamente a rispondere di questa offensiva falsificazione, da cui mi piacerebbe che il tuo giornale si dissociasse, al di là della paradossale elezione a “medium dominante” del sottoscritto, direttore del tg sulla rete che ben conosci».

Non si è fatta attendere la replica del direttore de Il Fatto Quotidiano, che pur difendendo la scelta editoriale, cerca di gettare acqua sul fuoco: «Caro Enrico, sulla guerra abbiamo pubblicato e continuiamo a pubblicare pareri molto diversi, anche opposti. Il mio è più vicino a quello del professor Orsini che al tuo, anche perché il suo mi pare più aderente alla realtà che sempre più drammaticamente sta emergendo. Ma non vedo motivi per cui questa polemica, sicuramente aspra, debba approdare in un tribunale». In conclusione, Travaglio si concede un’impertinenza: «Non sottovalutare il tuo peso, e non solo quantitativo per le centinaia (o migliaia?) di ore di maratone sulla guerra, nel panorama dell’informazione televisiva: se non sei “dominante” tu, chi mai lo è?»

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La denuncia dei content creator: «brand e agenzie non ci pagano»

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Non avete capito il titolo? Proviamo a tradurre. I content creator sono persone che creano e caricano contenuti sui social, come video, foto, stories eccetera. Andando a riassumere brutalmente si tratta di persone in possesso di una fotocamera o di uno smartphone, che però, a differenza del resto del mondo, hanno un elemento in più: un pubblico che li segue. I brand invece sono i marchi, le aziende. Il rapporto che li lega è molto semplice: il content creator promuove nei contenuti che carica sui propri profili i prodotti o i servizi del brand, che in cambio paga lui, o l’agenzia che lo segue. Ed è qui che si crea l’inghippo: a causa della mancanza di tutele, spesso il brand non paga il pattuito al content creator, oppure può capitare che sia l’agenzia a non versare quanto dovuto al proprio assistito, secondo la denuncia di alcuni dei volti più noti della rete.

Il primo è stato nei giorni scorsi Sespo, seguito da Beatrice Cossu e da altri. Forse nomi poco noti ai più, ma in grado di radunare un bacino di milioni di follower sui social. Quindi, stringendo all’osso, capaci di rivolgersi ad un vasto pubblico.

Quello del content creator è diventato un ruolo tra i più ambiti tra i giovanissimi, ma non soltanto. Fama, guadagni facili, nessun background specifico richiesto, ma solo rudimenti di informatica, comunicazione ed elaborazione di immagini. Affidarsi a loro per la promozione è un buon affare per i brand: i costi non sono elevati e c’è la certezza che tante persone guarderanno, dopo averle cercate attivamente o dopo aver controllato gli aggiornamenti, i contenuti proposti.

In base alle stime, sarebbero circa 350 mila le persone coinvolte in questo business nel nostro Paese, in grado di muovere un mercato da 280 milioni di euro. Le stime a livello globale invece parlano di 14 milardi di euro, un valore triplicatosi nel giro di cinque anni. Un lavoro da favola, remunerativo e in crescita dunque, ma privo di adeguate tutele in un mercato non regolato da direttive, secondo chi lo pratica. Tanto che nell’ottobre dello scorso anno influencer, youtuber, blogger, vlogger ed affini si sono radunati nel primo sindacato di categoria: Assoinfluencer, nata per rappresentare e tutelare gli interessi dei content creator, di fronte ad agenzie e brand.

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