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Caso Pozzolo, un testimone: «è stato lui a sparare, c’erano bambini a poca distanza»

Alle polemiche si aggiungono le critiche per alcuni vecchi post del deputato.

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caso Emanuele Pozzolo deputato FdI colpo di pistola capodanno Biella

Un testimone sentito da Repubblica, che apparterrebbe alle forze dell’ordine, ha fornito la sua versione: «gesto sconsiderato e futile, poteva costare la vita ad un ragazzo».

Non si placano le polemiche partite dal colpo partito dalla pistola del deputato di Fratelli d’Italia Emanuele Pozzolo la sera di capodanno, nella sede della Pro Loco di Rosazza in provincia di Biella. Il proiettile, sparato da una mini pistola, una cosiddetta “arma da borsetta”, ha colpito alla gamba il genero di un agente della scorta del sottosegretario Delmastro. Se il deputato ha affermato di non essere stato lui a sparare, un testimone che ha assistito alla scena smentisce questa versione: «ha tirato fuori la pistola senza che nessuno glielo avesse chiesto e all’improvviso è partito lo sparo».

La fonte, sentita da Repubblica, apparterrebbe alle forze dell’ordine. Così ha ricostruito l’accaduto: «Era circa l’una e mezza. La cena era finita. Avevamo già sparecchiato quando è arrivato Pozzolo. Stavamo andando via tutti, perché eravamo tutte famiglie ed era già tardi. C’erano diverse persone che il giorno dopo dovevano lavorare».

Ma con l’arrivo del deputato, esplode la festa: «è entrato nella sala per salutare alcuni amici. Eravamo in piedi, stavamo rassettando. La tavola era sparecchiata. Stavamo rimettendo gli avanzi nei contenitori per riportare a casa il cibo avanzato». Questo il contesto in cui l’incidente si sarebbe consumato: «Pozzolo era allegro. Ha tirato fuori la pistola dal taschino per mostrarla ai presenti. Un gesto superficiale, assolutamente immotivato, come se io tirassi fuori l’arma di ordinanza. Una follia». Poi sarebbe partito il colpo, mentre Emanuele Pozzolo impugnava l’arma: «È successo sotto i miei occhi, come me l’hanno visto anche altre persone presenti. Abbiamo tutti rilasciato le nostre dichiarazioni ai carabinieri. È stata una leggerezza: poteva costare davvero cara a quel ragazzo, che è un gran lavoratore, un padre di famiglia con due bambini piccoli».

Intanto, tornano “popolari” alcuni vecchi post del deputato che aggiungono polemiche alle polemiche. Pozzolo in passato ha definito Mussolini un «grande statista» e nel 2015, quando era leghista, ha commentato il ddl sulle unioni civili con un meme di pessimo gusto: la foto di un particolare pacco di pasta, i “ricchioni”, che, parodiando le celebri orecchiette pugliesi, in copertina mostrava un orecchio.

Mentre le opposizioni si sgolano invocando le dimissioni e la presidente del Consiglio glissa lasciando ad altri il compito di dire che un deputato di maggioranza che spara ad una festa alla quale è presente un sottosegretario non è una questione che tocca il governo, la prefettura di Biella, che indaga sull’accaduta per competenza territoriale, ha avviato la procedura per il sequestro di altre 6 armi detenute regolarmente dall’onorevole, oltre a quella “da borsetta” già sequestrata.

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La soluzione di Donzelli per le carceri affollate: «stranieri a casa loro»

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Intervistato da Repubblica, il Sottosegretario alla Giustizia Delmastro offre la sua soluzione per allentare la pressione sulle carceri italiane: rimandare i detenuti stranieri nei Paesi di provenienza.

I penitenziari italiani vivono una situazione di emergenza cronica, tra celle sovraffollate, carenza di personale e strutture fatiscenti. Ma il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove ha avuto un’idea per aiutare le carceri: rimandare i detenuti stranieri nei rispettivi Paesi di provenienza. «Un terzo dei detenuti è straniera e costa tra i 137 e i 150 euro al giorno. Basta moltiplicare 19.213 detenuti stranieri per 365 giorni e abbiamo trovato i fondi per costruire carceri, assumere agenti e personale».

Secondo Delmastro bisogna «recuperare altri posti per umanizzare la pena. Tant’è che abbiamo sbloccato 166 milioni per l’edilizia penitenziaria incredibilmente bloccati, più 84 col Pnrr, recuperando 6.754 posti sui 10mila mancanti». Durante l’intervista il sottosegretario smentisce di aver detto di volere che i detenuti marciscano in galera: «No, voglio che la espiino perché guardo alle vittime e ai cittadini che non devono vivere nell’insicurezza».

A proposito del tema dei bambini detenuti insieme alle madri afferma: «abbiamo solo detto che il rinvio della pena non è più obbligatorio. Il giudice valuterà la pericolosità sociale. Nessun giudice dotato di senno la sbatte in galera col bimbo di un anno. Diverso è il caso di borseggiatrici seriali che non devono più confidare nell’impunità grazie alla maternità».

Infine, una battuta sul Gio, che in molti hanno definito la squadra di picchiatori anti-rivolte: «Non sono mai stato con le “guardie”, ma sempre al fianco degli agenti che con il Gio daranno un supporto importante per mantenere la sicurezza, tant’è che ci sarà anche il negoziatore».

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La battuta di Mattarella alla Lega: «posso ancora dire sindaca?»

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Di fronte all’Associazione stampa parlamentare il capo dello Stato Sergio Mattarella rifila una stoccata alla proposta della Lega, già ritirata, di multare chi utilizza i titoli al femminile. E non è mancata una sferzata al presidente del Senato La Russa, per il suo giustificazionismo nei confronti dell’aggressione subita a Torino da un giornalista, per mano di militanti di CasaPound.

Si parlava di libertà di stampa, pensiero critico e coerenza di giudizio critico. Ma c’è stato anche il tempo per rifilare una battutina indirizzata alla Lega nel discorso che questa mattina il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha tenuto in occasione della cerimonia di consegna del “Ventaglio”, di fronte all’Associazione stampa parlamentare. Il Capo dello Stato ha detto con un sorriso sornione: «Credo si possa ancora dire sindaca…». Il riferimento è alla proposta, già ritirata, avanzata dalla Lega di punire con multe chi utilizza titoli al femminile, come appunto sindaca, o avvocata.

La battuta è arrivata nel contesto di un discorso più serio. Il capo dello Stato stava affrontando il tema degli attentati ai politici, riferendosi ovviamente al colpo che ha sfiorato Trump, quello al marito dell’ex speaker statunitense Nancy Pelosi, quello al premier slovacco Robert Fico  e quello all’ex sindaca di Berlino Franziska.

Parlando ai giornalisti presenti, Mattarella ha ricordato l’articolo 21 della Costituzione ed ha ribadito il ruolo fondamentale della stampa nel preservare la democrazia: «Alla libertà di opinione si affianca la libertà di informazione, cioè di critica, di illustrazione di fatti e di realtà. Si affianca, in democrazia, anche il diritto a essere informati in maniera corretta».

Per questo non possono essere tollerabili le aggressioni ai giornalisti, come avvenuto nei giorni scorsi a Torino, dove un branco di neofascisti ha picchiato Andrea Joly: «Si vanno infittendo, negli ultimi tempi, contestazioni, intimidazioni, quando non aggressioni, nei confronti di giornalisti, che si trovano a documentare fatti. Ogni atto rivolto contro la libera informazione, ogni sua riduzione a fake news, è un atto eversivo rivolto contro la Repubblica». E qui la tirata d’orecchie a La Russa, secondo il quale il giornalista avrebbe sbagliato a non identificarsi: «L’informazione è esattamente questo, come anche a Torino nei giorni scorsi: documentazione di ciò che avviene, senza obbligo di sconti».

Infine, un passaggio sulla situazione geopolitica attuale: «spinge a grande tristezza vedere che il mondo getta in armamenti immani risorse finanziarie, che andrebbero, ben più opportunamente, destinate a fini di valore sociale».

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Multe per chi scrive «sindaca» o «avvocata»: Lega fa dietrofront dopo le polemiche

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Dopo le polemiche suscitate dal senatore Manfredi Potenti, che aveva proposto multe per chi usa titoli al femminile come ad esempio avvocata o sindaca, i vertici della Lega prendono le distanze: «Non è la nostra linea, ma era un’iniziativa personale».

Effettivamente, ci sono delle espressioni al limite del sopportabile, da un punto di vista uditivo-grammaticale. Su tutte “questora” che non si capisce se sia un titolo o un indicazione temporale. Ma da qui a prevedere pene pecuniarie sembra un tantini eccessivo. La Lega fa dietrofront sulla proposta di affibbiare multe a chi usa i titoli al femminile, come «avvocata», «sindaca» o «rettrice».

La proposta era arrivata dal senatore leghista Manfredi Potenti. Un’iniziativa che aveva suscitato ilarità, ma anche critiche livorose e che ha portato i vertici del carroccio a prendere posizione: «La proposta di legge del senatore Manfredi Potenti è un’iniziativa del tutto personale. I vertici del partito, a partire dal capogruppo al Senato Massimiliano Romeo, non condividono quanto riportato nel Ddl Potenti il cui testo non rispecchia in alcun modo la linea della Lega che ne ha già chiesto il ritiro immediato».

Il provvedimento si intitola «Disposizioni per la tutela della lingua italiana, rispetto alle differenze di genere». Prevedeva multe fino a 5 mila euro.Si poneva l’obiettivo di «evitare l’impropria modificazione dei titoli pubblici dai tentativi ‘simbolici’ di adattarne la loro definizione alle diverse sensibilità del tempo». È in particolare all’articolo 2 che spunta il divieto: «In qualsiasi atto o documento emanato da Enti pubblici o da altri enti finanziati con fondi pubblici o comunque destinati alla pubblica utilità, è fatto divieto del genere femminile per neologismi applicati ai titoli istituzionali dello Stato, ai gradi militari, ai titoli professionali, alle onorificenze, ed agli incarichi individuati da atti aventi forza di legge». Mentre all’articolo 3 arriva anche la proposta di eliminare il «femminile sovraesteso» un approccio linguistico che utilizza la forma al femminile per riferirsi a tutti i generi. Tuttavia, sembra essere un’idea che non trova grande risonanza all’interno dello stesso partito di Matteo Salvini. Potrebbe quindi avere vita breve.

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