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Politica

Emanuele Filiberto: «non escludo la politica. Polemiche su mio padre, sport nazionale»

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emanuele filiberto di savoia non esclude la discesa in politica

Intervistato da La Stampa, Emanuele Filiberto di Savoia non esclude un’esperienza in politica in futuro: «è presto per parlarne. Lavorerò comunque per il mio paese come Gran Maestro degli ordini dinastici di casa Savoia e avrò un bel po’ da fare». Intanto chiede la restituzione dei gioielli di famiglia: «Sono oggetti privati, legati a ricordi e alla nostra storia».

Emanuele Filiberto di Savoia non esclude di scendere in politica, o per meglio dire di ridiscendervi. In passato infatti, ha già tentato qualche corsa alle urne, ma i risultati non sono stati entusiasmanti: la sua lista si fermò allo 0,4% nel 2008, mentre l’anno successivo non centrò l’elezione al Parlamento Europeo con l’Udc. Chissà che il prossimo tentativo non sia più fortunato.

Emanuele Filiberto di Savoia, su precisa domanda di Maria Corbi de La Stampa relativamente ad una sua discesa in campo risponde: «Vedremo, è presto per parlarne. Lavorerò comunque per il mio paese come Gran Maestro degli ordini dinastici di casa Savoia e avrò un bel po’ da fare».

Nell’intervista ha anche affrontato le polemiche che hanno investito e che continuano ad investire il defunto padre: «Le polemiche contro di lui sono uno sport nazionale. Dico ‘Va bene’ ma almeno rispettateci in questi giorni difficili per la famiglia». Lo spunto per la riflessione è data dal dibattito sull’ultima dimora di Vittorio Emanuele: «. Superga è la Cripta di Casa Savoia, fatta dai Savoia. Dove altro dovrebbe riposare mio padre?».

Emanuele Filiberto però non pensa solo alla politica italiana, ma anche ai gioielli della corona custoditi dalla Banca d’Italia: «sono oggetti di famiglia, privati, legati a ricordi e alla nostra storia. Non hanno niente a che vedere con il terzo comma della 13ma disposizione transitoria della Costituzione. Sono gioielli personali. Dopo il Referendum furono affidati all’allora governatore della Banca d’Italia, Luigi Einaudi. A mio nonno avevano assicurato che sarebbe tornato dopo poco tempo. Per questo decise di lasciare i gioielli».

Intanto oggi alla camera ardente di Vittorio Emanuele, tra i presenti c’era il presidente del Senato Ignazio La Russa, il quale ha affermato: «Questa mia visita tra il privato e l’ufficiale è una via di mezzo, motivata da due ragioni: prima di tutto la mia amicizia ultradecennale con Filiberto, quindi sentivo il dovere di essere vicino a un amico in questo momento, e poi anche un giudizio che non può essere frazionato, ma deve essere complessivo sulla casa Savoia a partire dai secoli scorsi. Ci sono ombre e luci, ma non dimentico il ruolo avuto dai Savoia nell’unità d’Italia».

Politica

Irene Pivetti accusata dalla Dia di aver fatto affari con i clan nel settore petrolifero

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irene pivetti accusata dalla dia

Un’inchiesta della Procura di Roma travolge l’ex presidente del Senato e soubrette Irene Pivetti, accusata di un presunto favoreggiamento alla criminalità organizzata.

Irene Pivetti, già finita al centro di due inchieste giudiziarie relative ad una presunta frode e ad un presunto caso di evasione ed autoriciclaggio, è di nuovo accusata e questa volta l’accusa è pesantissima: avrebbe intrattenuto rapporti con esponenti della mafia romana e ne avrebbe favorito gli interessi nel settore petrolifero.

Nelle informative agli atti dell’inchiesta Assedio della Procura di Roma, la Dia descrive il suo presunto ruolo, in una presunta trattiva relativa a dell’acquisto illecito di carburante. Gli inquirenti descrivono la mafia romana come un mix di cosche, clan e ‘ndrine. Salvatore Pezzella e Giuseppe Vitaglione, presunti rappresentanti dei clan Mazzarella e D’Alessandro, sarebbero i referenti dell’ex presidente della Camera.

Vitaglione è legato anche al figlio di Michele Senese, Vincenzo, il quale ha autorizzato insieme a Roberto Marcori l’acquisizione di una società nel settore degli idrocarburi. Scrive la Dia: «Le indagini hanno dimostrato che Vitaglione (…) è stato favorito dal contributo di Irene Pivetti, ex presidente della Camera». Secondo il Fatto Quotidiano, che per primo ha dato la notizia, «Corrado Petito e Roberto Navaro, in concorso con Pivetti e con la compiacenza di funzionari pubblici corrotti (…) concorrevano a creare le condizioni per favorire le operazioni di riciclaggio, attraverso la produzione di modelli F24 ideologicamente falsi che attestavano il pagamento di accise e Iva dovuti per l’acquisto carburante».

Il passaggio più controverso è contenuto in un’intercettazione nella quale Vitaglione spiega a Pivetti che c’è stato un cambio al vertice dell’organizzazione che rappresenta, durante le trattive: «Sono cambiate un poco le carte per il gruppo che sta là sopra, no? Dove io ho fatto pure discussione qui giù a Napoli (…). Io vorrei che lo chiami e dirgli scusate, ma io sono stata a casa di persone serie o di birichini? Però presidente (…) li dovete dovete frustare direttamente avete capito?». Pivetti risponde: «Va bene, io intanto cerco che cosa hanno, dopodiché mi mandi le informazioni, tutte, il numero». Ancora Vitaglione: «Io sono stato chiamato da una famiglia di Napoli, poi Presidente resta tra di noi in quel caso stiamo nel nostro paese e ci siamo confrontati loro chi sono e noi chi siamo».

Un atteggiamento che sconcerta la Dia: «La Pivetti ben consapevole di muoversi in un contesto di criminalità organizzata, non solo conferma nuovamente di aver compreso la delicata situazione, ma condividendo l’intervento ‘mafioso’ della famiglia di Vitaglione, si augura che in quel modo il proprietario della società Nuova Petroli ritorni agli accordi iniziali».

Tramite il proprio legale, l’ex presidente e soubrette ha spiegato al Fatto: «Non ho ricevuto alcuna comunicazione giudiziaria, ho dato indicazione al mio legale di prendere contatto con la Procura per verificare se vi sono iscrizioni su di me. Nel caso mi metterò a disposizione del pm».

 

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Politica

Nuova accusa per Giovanni Toti: finanziamento illecito

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giovanni toti arrestato

Il presidente di Regione Liguria Giovanni Toti, già agli arresti domiciliari per un’inchiesta su una presunta corruzione, ha ricevuto una nuova misura cautelare, per una nuova accusa. A Genova una manifestazione con Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli chiede le sue dimissioni.

Nuova accusa e nuova misura cautelare per Giovanni Toti, già agli arresti domiciliari per aver ricevuto una presunta tangente. Oltre che di corruzione ora dovrà rispondere anche di finanziamento illecito. Secondo la Procura di Genova, che indaga, gli spot elettorali proiettati sul maxi schermo di Terrazza Colombo sarebbero stati pagati sottobanco da Esselunga. L’ex braccio destro di Toti, Matteo Cozzani, l’ex senatore e proprietario di Primocanale, Maurizio Rossi, e l’ex consigliere di Esselunga, Francesco Moncada si trovano indagati per lo stesso motivo.

La nuova misura cautelare arriva ad una settimana dalla respinta del ricorso avanzato dai suoi legali. Giovanni Toti, che ora si trova una nuova accusa tra le mani, aveva chiesto la revoca degli arresti domiciliari.

Questo pomeriggio alle 18:00 dovrebbe cominciare il sit-in di protesta organizzato dalle opposizione per chiedere al Presidente di Regione Liguria di fare un passo indietro. Attese le partecipazioni dei leader dei partiti di minoranza, la segretaria del Pd Elly Schlein, il presidente del M5s Giuseppe Conte e i leader di Alleanza Verdi-Sinistra Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni.

In merito alle ipotesi dimissioni, nei giorni scorsi il diretto interessato, tramite una lettera al suo legale, aveva fatto alcune aperture: ««Non mi spaventa rinunciare ad un ruolo a cui pure sono legato. Vedo come una liberazione poter ridare la parola agli elettori, ma la presidenza non è un bene personale».

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Ursula von der Leyen rieletta senza i voti di FdI: «con Meloni mio approccio giusto»

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ursula von der leyen rieletta presidente commissione europea

Ursula von der Leyen rimarrà alla presidenza della Commissione Europea nei prossimi 5 anni: la tedesca è stata rieletta con 401 voti favorevoli. Decisivo l’appoggio dei Verdi.

Dopo settimane di incertezze, trattive, stalli e ipotesi alternative, alla fine Ursula von der Leyen rimane è stata rieletta alla guida della Commissione Europea. E non sembra disperarsi per non aver ottenuto l’appoggio di Giorgia Meloni. Fratelli d’Italia non ha votato a favore della sua rielezione, come ha confermato a giochi fatti il capogruppo al Parlamento europeo Carlo Fidanza. Alla vvon der Leyen servivano 360 voti. Ne ha ottenuti 401. Decisivo dunque l’appoggio, confermato, dei Verdi. 284 contrari, 15 astenuti, 7 schede nulle.

Ursula von der Leyen in mattinata aveva rivolto un accorato appello al Parlamento europeo riunito in sessione plenaria di Strasburgo chiedendo la fiducia ad una maggioranza di stampo «centro democratico», formata da partiti «pro Europa».

FdI alla fine ha negato il suo appoggio: «Le scelte fatte in questi giorni, la piattaforma politica, la ricerca di un consenso a sinistra fino ai Verdi, hanno reso impossibile il nostro sostegno a riconferma della presidente Ursula von der Leyen» ha spiegato Fidanza. Il co-presidente di Ecr Nicola Procaccini ha aggiunto: «Questo non pregiudica il nostro rapporto di lavoro istituzionale che siamo certi possa portare alla definizione di un ruolo adeguato in seno alla prossima Commissione che l’Italia merita».

Questo atteggiamento costruttivo però rischia di restare in sostanza ignorato. Diversi osservatori paventano il rischio di esclusione dalle scelte che contano per il nostro Paese. A far pendere l’ago della bilancia verso il no, sostengono ancora i bene informati, sarebbe stata la mancata vicepresidenza esecutiva all’Italia.

In merito alle trattive dei giorni scorsi con la premier, non andate a buon fine, la presidente della Commissione in conferenza stampa ha commentato: «Noi abbiamo lavorato per una maggioranza democratica, per un centro pro-UE. E alla fine mi ha sostenuto. Credo che il nostro approccio è stato corretto». Dunque, si legge tra le righe, Meloni non sarebbe pro-UE.

L’Italia potrebbe quindi trovarsi di fronte ad una Commissione se non ostile, quantomeno poco amica, in un momento di forte pressione internazionale, con un debito pari al 140% del Pil ed una procedura d’infrazione in corso. Meloni tuttavia, avrebbe preferito coprirsi il fianco da possibili attacchi sul fronte interno: l’appoggio ad Ursula von der Leyen avrebbe comportato una serie di mormorii ed accuse di tradimento da parte di Salvini, che ha già commentato la rielezione della presidente: «ennesimo inciucio».

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