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Far west alla camera, le opposizioni scendono in piazza: manifestazione il 18 giugno

Donno e Iezzi hanno continuato a scambiarsi reciproche accuse a mezzo stampa anche oggi.

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PD, M5S, AVS, e +Europa hanno organizzato una manifestazione per «difendere l’unità nazionale» contro la legge sull’autonomia differenziata. «Non possiamo accettare che anche il Paese sia ostaggio di questo clima di intimidazioni continue».

Se a caldo sono volate parole forti, come «squadrismo» e «intimidazioni fasciste», il giorno dopo i toni non si stemperano. E mentre i principali protagonisti della rissa andata in scena ieri a Montecitorio, il pentastellato Donno ed il leghista Iezzi, continuano a darsele di santa ragione in diretta tv, le opposizioni annunciano una manifestazione di piazza «a difesa dell’unità nazionale».

«Dopo le aggressioni fisiche della maggioranza in Parlamento non possiamo accettare che anche il Paese sia ostaggio di questo clima di intimidazioni continue. Non permetteremo che vengano compromesse l’unità e la coesione nazionale. Per questo invitiamo la cittadinanza, le forze politiche e sociali, quelle civiche e democratiche di questo Paese ad unirsi alla nostra mobilitazione. Ci vediamo a Roma alle 17.30 di martedì 18 giugno, in piazza Santissimi Apostoli». Recita così la comunicazione con la quale Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi-Sinistra Italiana e +Europa annunciano la manifestazione delle opposizioni. Una manifestazione di protesta contro quanto andato in scena ieri ala Camera, ma anche una prova di coesione che alla luce di quanto emerso dalle urne delle europee ha tutto altro significato.

Intanto questa mattina su l’Aria che tira, in onda su La7, David Parenzo ha tentato di far riappacificare i due litiganti. Spoiler: non ci è riuscito. Ha chiesto a Iezzi se voleva scusarsi, ma il leghista ha glissato: «Neanche Calderoli ha ricevuto una manifestazione di solidarietà dal M5s». E poi la negazione di aver compiuto il fatto: «Donno ha compiuto un’aggressione nei confronti di un ministro e, se ha un minimo di onestà intellettuale, ammetterà che io non l’ho colpito. Ristabiliamo prima la verità dei fatti».
Replica Donno: «Chiedo scusa io ai cittadini italiani perché c’è gente del genere che rappresenta anche loro. È come se uno esce per strada con una pistola, spara a una persona, non la colpisce ma dice “non l’ho colpito!”». Donno pungola: «se non ci fossero stati i commessi a proteggermi, Iezzi mi prendeva a pugni in faccia e mi lasciava per terra? Ti devi vergognare, ti devono sbattere fuori dal parlamento». Iezzi risponde: «Se non ci fossero stati i commessi a fermarti tu avresti aggredito Calderoli? Ma vergognati te». I toni iniziano a farsi sempre più concitati e i dialoghi si accavallano fino all’epilogo, con Donno che urla: «Ti devi vergognare…Fascista e squadrista».

Le versioni tra i due infatti divergono. Donno accusa di essere stato colpito da Iezzi e da altri, mentre il leghista nega, affermando di aver solo «provato» a colpire l’onorevole, senza però riuscirci. Donno in seguito alla colluttazione ha lasciato la camera in barella ed è stato ricoverato in ospedale. «Ho ricevuto calci ripetuti, un pugno sullo sterno. E non c’era solo Iezzi. C’erano altri leghisti come Candiani e poi Amich e Cangiano (FdI, ndr). presentando difficoltà a respirare per alcuni secondi, senza perdere conoscenza. Trasferito in terapia intensiva, parametri vitali normali. Dopo 7-8 elettrocardiogrammi, mi hanno anche somministrato un antidolorifico. Ma ho deciso che denuncio tutti».

Politica

Multe per chi scrive «sindaca» o «avvocata»: Lega fa dietrofront dopo le polemiche

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Dopo le polemiche suscitate dal senatore Manfredi Potenti, che aveva proposto multe per chi usa titoli al femminile come ad esempio avvocata o sindaca, i vertici della Lega prendono le distanze: «Non è la nostra linea, ma era un’iniziativa personale».

Effettivamente, ci sono delle espressioni al limite del sopportabile, da un punto di vista uditivo-grammaticale. Su tutte “questora” che non si capisce se sia un titolo o un indicazione temporale. Ma da qui a prevedere pene pecuniarie sembra un tantini eccessivo. La Lega fa dietrofront sulla proposta di affibbiare multe a chi usa i titoli al femminile, come «avvocata», «sindaca» o «rettrice».

La proposta era arrivata dal senatore leghista Manfredi Potenti. Un’iniziativa che aveva suscitato ilarità, ma anche critiche livorose e che ha portato i vertici del carroccio a prendere posizione: «La proposta di legge del senatore Manfredi Potenti è un’iniziativa del tutto personale. I vertici del partito, a partire dal capogruppo al Senato Massimiliano Romeo, non condividono quanto riportato nel Ddl Potenti il cui testo non rispecchia in alcun modo la linea della Lega che ne ha già chiesto il ritiro immediato».

Il provvedimento si intitola «Disposizioni per la tutela della lingua italiana, rispetto alle differenze di genere». Prevedeva multe fino a 5 mila euro.Si poneva l’obiettivo di «evitare l’impropria modificazione dei titoli pubblici dai tentativi ‘simbolici’ di adattarne la loro definizione alle diverse sensibilità del tempo». È in particolare all’articolo 2 che spunta il divieto: «In qualsiasi atto o documento emanato da Enti pubblici o da altri enti finanziati con fondi pubblici o comunque destinati alla pubblica utilità, è fatto divieto del genere femminile per neologismi applicati ai titoli istituzionali dello Stato, ai gradi militari, ai titoli professionali, alle onorificenze, ed agli incarichi individuati da atti aventi forza di legge». Mentre all’articolo 3 arriva anche la proposta di eliminare il «femminile sovraesteso» un approccio linguistico che utilizza la forma al femminile per riferirsi a tutti i generi. Tuttavia, sembra essere un’idea che non trova grande risonanza all’interno dello stesso partito di Matteo Salvini. Potrebbe quindi avere vita breve.

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Daniela Mondini: «mi hanno tolto la conduzione del Tg1 per darla ad una persona vicina al direttore»

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L’ex conduttrice del Tg1 Dania Mondini ha denunciato 6 persone, tra giornalisti e dirigenti Rai. La Procura di Roma ha chiuso le indagini. Tra i tentativi di mobbing denunciati, il trasferimento nell’ufficio di un collega con problemi di flatulenza.

Un improvviso cambiamento di atteggiamento nei suoi confronti, un ridimensionamento graduale, lo spostamento nell’ufficio di un collega con problemi di flatulenza e duri rimproveri di fronte alla redazione. E’ abbastanza singolare la denuncia per mobbing che l’ex conduttrice del Tg1 Dania Mondini ha  presentato nei confronti di alcuni giornalisti e dirigenti Rai. La Procura di Roma ha chiuso le indagini ed ha chiesto il rinvio a giudizio per 6 persone.

Si tratta degli ex direttori Andrea Montanari e Giuseppe Carboni, de vicedirettori Filippo Gaudenzi e Costanza Crescimbeni ed infine di Piero Damosso e Marco Betello. Avrebbero attuato pressioni psicologiche e comportamenti vessatori nei confronti della giornalista che li ha denunciati.

«Quando nel 2017 Andrea Montanari è stato nominato direttore del Tg1, mi hanno assegnato meno servizi e c’è stato un cambiamento di atteggiamento nei miei confronti. Perché? Montanari voleva sistemare una persona a lui molto vicina» ha raccontato in Procura Mondini. I comportamenti vessatori proseguono: «è arrivato l’ordine di condividere una stanza della redazione con un giornalista con numerosi problemi, non solo igienici. Mi sono rifiutata e mi sono trovata isolata. Sono stata minacciata. L’atteggiamento dei miei superiori era volto al rispetto delle intenzioni di Montanari».

Ad avvalorare questa tesi, la testimonianza della vicedirettrice Sabrina Turco, che ha parlato di «campagna diffamatoria» nei confronti dell’ex conduttrice. Nelle carte spunta anche il nome di Matteo Salvini. Durante una trasmissione, quando quest’ultimo era vicepremier e ministro dell’Interno, Mondini lo ha presentato erroneamente come «viceministro». Per questo lapsus sarebbe stata pesantemente rimproverata di fronte a tutti e sarebbe stata minacciata di non condurre più il telegiornale.

Il vicedirettore Gaudenzi, tra i denunciati, ricostruisce così l’accaduto: «Capita di sbagliare, ma l’errore assume un carattere di gravità per via del momento storico. Salvini era uomo forte del Paese. Mondini lo definisce viceministro, invece che vicepremier e ministro dell’Interno. È una classificazione inferiore nei confronti di un politico, come Salvini, attento ai mezzi d’informazione e in particolare a quello che succede nella Rai». E ancora: «Ho richiamato Mondini davanti a tutti, dicendo di stare più attenta. Vede giudice, altri giornalisti in presenza di errori sono stati sollevati dall’incarico». Ma ancora Turco fornisce una versione alternativa, nella quale Gaudenzi avrebbe attaccato duramente Dania Mondini «dandole in sostanza dell’incapace davanti a tutti, assumendo atteggiamenti minacciosi e intimidatori».

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Irene Pivetti accusata dalla Dia di aver fatto affari con i clan nel settore petrolifero

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Un’inchiesta della Procura di Roma travolge l’ex presidente del Senato e soubrette Irene Pivetti, accusata di un presunto favoreggiamento alla criminalità organizzata.

Irene Pivetti, già finita al centro di due inchieste giudiziarie relative ad una presunta frode e ad un presunto caso di evasione ed autoriciclaggio, è di nuovo accusata e questa volta l’accusa è pesantissima: avrebbe intrattenuto rapporti con esponenti della mafia romana e ne avrebbe favorito gli interessi nel settore petrolifero.

Nelle informative agli atti dell’inchiesta Assedio della Procura di Roma, la Dia descrive il suo presunto ruolo, in una presunta trattiva relativa a dell’acquisto illecito di carburante. Gli inquirenti descrivono la mafia romana come un mix di cosche, clan e ‘ndrine. Salvatore Pezzella e Giuseppe Vitaglione, presunti rappresentanti dei clan Mazzarella e D’Alessandro, sarebbero i referenti dell’ex presidente della Camera.

Vitaglione è legato anche al figlio di Michele Senese, Vincenzo, il quale ha autorizzato insieme a Roberto Marcori l’acquisizione di una società nel settore degli idrocarburi. Scrive la Dia: «Le indagini hanno dimostrato che Vitaglione (…) è stato favorito dal contributo di Irene Pivetti, ex presidente della Camera». Secondo il Fatto Quotidiano, che per primo ha dato la notizia, «Corrado Petito e Roberto Navaro, in concorso con Pivetti e con la compiacenza di funzionari pubblici corrotti (…) concorrevano a creare le condizioni per favorire le operazioni di riciclaggio, attraverso la produzione di modelli F24 ideologicamente falsi che attestavano il pagamento di accise e Iva dovuti per l’acquisto carburante».

Il passaggio più controverso è contenuto in un’intercettazione nella quale Vitaglione spiega a Pivetti che c’è stato un cambio al vertice dell’organizzazione che rappresenta, durante le trattive: «Sono cambiate un poco le carte per il gruppo che sta là sopra, no? Dove io ho fatto pure discussione qui giù a Napoli (…). Io vorrei che lo chiami e dirgli scusate, ma io sono stata a casa di persone serie o di birichini? Però presidente (…) li dovete dovete frustare direttamente avete capito?». Pivetti risponde: «Va bene, io intanto cerco che cosa hanno, dopodiché mi mandi le informazioni, tutte, il numero». Ancora Vitaglione: «Io sono stato chiamato da una famiglia di Napoli, poi Presidente resta tra di noi in quel caso stiamo nel nostro paese e ci siamo confrontati loro chi sono e noi chi siamo».

Un atteggiamento che sconcerta la Dia: «La Pivetti ben consapevole di muoversi in un contesto di criminalità organizzata, non solo conferma nuovamente di aver compreso la delicata situazione, ma condividendo l’intervento ‘mafioso’ della famiglia di Vitaglione, si augura che in quel modo il proprietario della società Nuova Petroli ritorni agli accordi iniziali».

Tramite il proprio legale, l’ex presidente e soubrette ha spiegato al Fatto: «Non ho ricevuto alcuna comunicazione giudiziaria, ho dato indicazione al mio legale di prendere contatto con la Procura per verificare se vi sono iscrizioni su di me. Nel caso mi metterò a disposizione del pm».

 

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