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Cronaca

Lo vanno ad arrestare e lui si lancia dalla finestra: suicida un funzionario di polizia provinciale accusato di corruzione

Era accusato di aver concesso favori a diversi imprenditori, in cambio di mazzette e regali.

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funzionario di polizia provinciale suicida durante l'arresto, era ccusato di corruzione

Sembrava un arresto tutto sommato tranquillo, con l’accusato che non opponeva resistenza ai finanzieri giunti alla sua porta con un mandato di cattura. L’uomo ha chiesto soltanto di poter andare un momento al bagno. Qui, un funzionario di polizia provinciale della città metropolitana di Palermo accusato di corruzione, ha aperto la finestra e si è lanciato nel vuoto, dal sesto piano, morendo suicida durante le fasi dell’arresto. Inutile il tentativo di fermare l’estremo gesto. Un maresciallo delle fiamme gialle che lo aveva seguito, nel tentativo di bloccarlo avrebbe riportato un grave infortunio alla mano.

L’episodio si è verificato nella notte del 12 maggio. La persona che si è suicidata aveva 61 anni ed era impiegato in qualità di funzionario presso il comando della polizia provinciale. Era rimasto coinvolto in un’indagine della Guardia di Finanza insieme ad altri 9 indagati, per un giro di favori e mazzette. Tutti gli altri accusati sono imprenditori che avrebbero ottenuto comodomaente permessi, autorizzazioni ambientali, ma anche eventuali soffiate su controlli ed ispezioni, in cambio di regalie varie, o denaro.

Ieri notte le fiamme gialle hanno raggiunto la sua abitazione, con in mano un’ordinanza di custodia cautelare in carcere. In base a quanto ricostruito dai carabinieri, giunti sul posto in seguito alla tragedia, il funzionario di polizia provinciale morto suicida avrebbe preferito gettarsi dalla finestra, piuttosto che affrontare le conseguenze dell’arresto.

Attualità

De Girolamo: «A Scampia spaccerebbero l’utero in affitto come droga»

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Nunzia De Girolamo e l'utero in affitto spacciato a Scampia

L’ex parlamentare campana travolta dalle polemiche dopo il suo intervento su La 7 per esprimere la propria contrarietà all’utero in affitto: «già mi immagino Scampia, dove le donne smettono di spacciare hashish e cominciano a spacciare l’utero».

«Sono assolutamente contraria alla gestazione per altri, ma sono contraria per etero e omosessuali perché vengo da una regione dove già mi immagino Scampia, dove le donne smettono di spacciare hashish e cominciano a spacciare l’utero, quindi sono terrorizzata dalle storture di questo paese e mi attengo alla Costituzione». Bufera su Nunzia De Girolamo, travolta dalle critiche sui social, a causa delle sue esternazioni sull’utero in affitto.

L’ex deputata e ministra campana, ora conduttrice televisiva, ha pronunciato questa frase ieri sera a Piazza Pulita su La 7. Immediata l’ondata di sdegno che ha travolto la De Girolamo. «Alle sue parole ho sentito il dolore di Scampia bruciarmi nelle vene – dice Luca Trapanese, assessore al Welfare del Comune di Napoli – Scampia è uno dei quartieri di Napoli che ha pagato il prezzo più caro a causa dell’abbandono delle periferie da parte delle Istituzioni. Nunzia De Girolamo, che delle Istituzioni ha fatto parte nel corso della sua esperienza politica da ministra, questo dovrebbe saperlo e molto bene».

Potreste anche all’interno del quartiere: «Quando parli delle donne di Scampia togliti il cappello – dicono i rappresentanti del Comitato Vele, che proseguono –  in queste parole c’è tutta la violenza e gli stereotipi che ci appiccicano addosso da anni e che non sopportiamo più».

Il discorso aveva preso piede a partire dal tema delle adozioni a single e alle coppie omossessuali, verso le quali l’ex Ministro delle politiche agricole si era detta favorevole: «Molto meglio che un bambino cresca in una famiglia piuttosto che in un orfanotrofio, qualunque sia la famiglia». Poi Nunzia De Girolamo ha pronunciato l’infelice uscita sull’utero in affitto spacciato a Scampia e adesso sono in tanti coloro che chiedono scuse pubbliche.

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Cronaca

Autostrade per l’Italia e Spea fuori dal processo sul crollo del Ponte Morandi

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sede-Autostrade-per-l'Italia-Aspi

Grazie ad un cavillo legale, Autostrade per l’Italia e Spea Engineering, ovvero la società concessionaria delle tratte autostradali e quella addetta al controllo ed alla manutenzione delle infrastrutture, sono state escluse dal processo sul crollo del ponte Morandi e non ne risponderanno in sede civile.

Colpo di scena ieri, lunedì 19 settembre, alla ripresa delle udienze del processo sul crollo del ponte Morandi: Autostrade per l’Italia e Spea Engineering sono state escluse. La società concessionaria e quella incaricata della manutenzione delle infrastrutture dunque non risponderanno civilmente e le parti civile ammesse al processo, in caso di eventuali condanne, non potranno rivalersi su di loro, ma solo sui singoli imputati.

Il collegio dei giudici ha accolto le richieste di Aspi e Spea di essere escluse dal processo, che hanno incontrato anche il parere favorevole dei pubblici ministeri. Il motivo è che non hanno potuto prendere parte ai due incidenti probatori come responsabili civili, dal momento che lo avevano già fatto in qualità di responsabili amministrativi. Proprio dalle perizie emerse che le cause del crollo fossero l’incuria e la mancata manutenzione.

Dunque non saranno Autostrade per l’Italia e Spea Engineering a risarcire le 350 parti civili costituitesi, tra persone fisiche, enti, associazioni ed aziende. Tra questi non c’è la maggior parte dei familiari delle 43 vittime, che è già stata risarcita ed è uscita dal processo. Manca però la famiglia Possetti, che non accettò il risarcimento. Proprio Egle Possetti, portavoce del comitato Ponte Morandi, ha affermato di essere «amareggiata e delusa per questa decisione. Abbiamo sperato fino all’ultimo che Autostrade e Spea potessero rimanere dentro il processo anche e soprattutto per una questione di immagine, peccato davvero».

Sono in tutto 700 le parti civili ammesse o che hanno chiesto di entrare nel processo e sono in attesa di pronunciamento. 59 invece sono gli imputati nel processo civile, tra funzionari e tecnici di Aspi e Spea, oltre al Ministero delle Infrastrutture. Le accuse spaziano da omicidio colposo plurimo, a omicidio stradale, crollo doloso, omissione d’atti d’ufficio, attentato alla sicurezza dei trasporti, falso e omissione dolosa di dispositivi di sicurezza sui luoghi di lavoro. In caso di condanna, sarebbero questi 59 imputati a dover risarcire le parti civili, ma qualora non risultassero in grado di sostenere gli esborsi, questi salterebbero.

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Attualità

Il caso Richetti: senatore molestatore o articolo di giornale non verificato?

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A sinistra Ludovica Mairè Rogati, a destra Matteo Richetti (foto tratte da Facebook).

Il caso Richetti fa discutere più i giornali che i politici e non si è trasformato in un caso politico in grado di influenzare la campagna elettorale. “Domani” ha messo in discussione l’articolo di FanPage ed ha sollevato dubbi sulla sua fonte, della quale fa nome e cognome e rivela alcuni precedenti per stalking e calunnia. Il senatore, che nel frattempo ha querelato FanPage, sostiene che i messaggi pubblicati sono stati «falsamente attribuiti» a lui.

Da una parte c’è l’articolo di FanPage che parla di molestie sessuali attribuite ad un senatore, dall’altra quello di Domani che mette in discussione l’attendibilità della fonte e ne rivela le generalità e i precedenti. In mezzo c’è Matteo Richetti, il senatore di Azione al centro dell’inchiesta. Quello che doveva essere lo scoop che avrebbe dovuto tenere banco durante l’ultima settimana di campagna elettorale, non ha provocato in realtà forti reazioni da parte delle forze politiche e si è trasformato più che altro in una sfida giornalistica. Ma andiamo con ordine.

FanPage ha pubblicato un’intervista ad una donna, in forma anonima, ed un articolo nei quali si parla di un «senatore molestatore». Il suo nome, come quello della fonte, non viene mai rivelato, ma il pezzo lascia intuire di chi possa trattarsi e in rete comincia a circolare il nome di Richetti. Secondo l’articolo, avrebbe riservato attenzioni inopportune e compiuto vere e proprie molestie sessuali ad un’aspirante collaboratrice del suo partito, che avrebbe toccato anche nelle parti intime. Non si tratterebbe nemmeno dell’unica donna che il senatore avrebbe molestato. Il giornale pubblica anche stralci dei messaggi tra i due, prima e dopo l’episodio contestato. Gli screenshot descrivono un uomo sicuro di sé che fa leva sulla propria posizione di prestigio e autorità. Il racconto della protagonista prosegue parlando di una perquisizione che avrebbe subito su pressione del senatore. Una volta che ha richiesto spiegazioni anche l’ispettore che ha seguito il caso avrebbe mantenuto nei suoi confronti atteggiamenti inappropriati. La donna allora avrebbe denunciato il fatto ai suoi superiori. Fatto questo al quale non sarebbe seguita nessuna conseguenza.

L’articolo fa scalpore, ma non deflagra sulla campagna elettorale. Salvini, Meloni, Letta, Conte, Berlusconi non si fiondano sull’argomento, ma anzi se ne tengono alla larga. Giusto Calenda interviene in merito, per difendere un uomo del suo partito dagli attacchi che provengono da fuori, rendendo noto che Richetti nella vicenda è parte lesa.

Il senatore infatti ha reagito querelando per diffamazione FanPage e il suo direttore, Francesco Cancellato. Secondo il senatore, che constata il fatto che il giornale non abbia in nessun modo fatto cenno ai precedenti della sua fonte, il materiale pubblicato non è stato controllato a dovere ed è composto da: «messaggi falsamente attribuiti a me». In seguito, è emerso che Richetti aveva già denunciato la donna ritenuta colei che ha passato l’informazione a FanPage per stalking, dopo aver ricevuto minacce ed insulti, rivolti anche ai suoi famigliari.

La questione viene ripresa da Domani che mette in qualche modo in discussione l’attendibilità della fonte, della quale fa nome e cognome: Ludovica Mairè Rogati, modella, con ambizioni politiche ed un padre che in passato si è candidato con Forza Italia. Il giornale sostiene che secondo Richetti e i suoi legali sarebbe lei l’accusatrice. La Rogati avrebbe precedenti per stalking e calunnie e sarebbe stata denunciata da Richetti. Da qui, si sarebbe arrivati alla perquisizione nella sua abitazione. L’indagine comunque non avrebbe avuto ulteriori sviluppi. L’articolo prosegue affermando che la protagonista della vicenda, che avrebbe preferito rivolgersi direttamente ad autori e trasmissioni piuttosto che alla Procura, presentandosi come «amica di Confalonieri» avrebbe sottoposto il suo caso anche alle trasmissioni d’inchiesta di punta di Rai e Mediaset, ovvero Report e Le Iene. Le redazioni delle trasmissioni però non hanno ritenuto sufficientemente attendibili le rivelazioni. Successivamente anche il Fatto Quotidiano ha reso noto di essere stato contattato dalla Rogati, ma di non aver dato seguito alla vicenda.

La diretta interessata il giorno successivo rilascia una nota stampa nella quale afferma di essere del tutto estranea alla vicenda, pur non smentendo di aver parlato con il quotidiano, e di non aver mai denunciato o querelato un senatore, cosa che però Domani non aveva affermato.

La vicenda rimane intricata, ma rimane una vicenda giudiziaria. Il caso Richetti non si è trasformato in un caso politico e non ha influenzato particolarmente la campagna elettorale. La prova regina di tutta l’inchiesta resta la conversazione tra i due. Una perizia tecnica sul telefono della donna stabilirà se quei messaggi sono stati davvero inviati da Richetti, oppure se si tratta di una montatura.

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