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Matteo Renzi è il nuovo direttore de “Il Riformista”: «non lascio, raddoppio»

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Già evidente l’impronta del neo direttore de Il Riformista Matteo Renzi: un errore madornale in un tweet (poi rimosso) a commento della notizia. Sansonetti passa a L’Unità con l’obiettivo di tornare in edicola.

Grandi manovre nell’editoria italiana. Pietro Sansonetti lascia la direzione de Il Riformista e al suo posto arriva in prova un reggente d’eccezione. Matteo Renzi, leader di Italia Viva, ex segretario dem, ex presidente del Consiglio, ex presentatore, ex conferenziere è pronto ad una nuova sfida, che definisce «affascinante», e per un anno farà il direttore de Il Riformista

«Ci sarà un direttore responsabile, perché io non sono giornalista. Sarò direttore per un anno, fino al 30 aprile 2024. Il 3 maggio usciremo con il nuovo Riformista» ha spiegato in conferenza stampa Matteo Renzi. La linea editoriale che vuole imprimere al giornale «sta nel non essere nel sovranismo di Giorgia Meloni, né con la linea del Pd di Elly Schlein o del M5S di Giuseppe Conte».

Orientato verso il terzo polo dunque? Giammai, afferma il nuovo direttore: schiena dritta e amor per l’imparzialità: «non ci sarà posizione politica, ma non lascio, anzi raddoppio. Calenda mi è parso entusiasta. Ho informato Giorgia Meloni, è stata la prima a saperlo, a cui continuerò a fare in modo fiero opposizione». Proprio a commento delle sue dichiarazioni sul trattamento che verrà riservato al Terzo Polo, il giornale ha pubblicato un tweet contenenti un errore: «Ci saranno posizione diverse rispetto a quella avuta da Piero Sansonetti. Il trade union [anziché trait d’union] con L’Unità è quello del garantismo radicale».

E proprio in merito al passaggio di consegne con Sansonetti ha detto: «siamo stati bravi a mantenere il segreto». L’ex direttore passa a L’Unità e afferma: «Sono stato fuori, l’altro giorno l’ho incontrato, ha detto stai sereno ed ecco qui Renzi direttore. Romeo ha deciso di diventare l’editore dei giornali di sinistra e del centrosinistra con L’Unità e Il Riformista. L’idea di Renzi è stata geniale».

Renzi poi anticipa già le prevedibili polemiche: «Lo stipendio raddoppia? Non ho alcun problema a rendere pubblici i dati a fine anno. Non guadagno solo facendo il parlamentare ma anche con altro. Anche i giornalisti dovrebbero comunicare quanto guadagnano».

E in merito alla libertà di stampa, quando gli chiedono se ora ritirerà le querele ai giornalisti risponde: «non le ritiro, adesso le querele le rischio passando dall’altra parte della barricata».

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La soluzione di Donzelli per le carceri affollate: «stranieri a casa loro»

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Intervistato da Repubblica, il Sottosegretario alla Giustizia Delmastro offre la sua soluzione per allentare la pressione sulle carceri italiane: rimandare i detenuti stranieri nei Paesi di provenienza.

I penitenziari italiani vivono una situazione di emergenza cronica, tra celle sovraffollate, carenza di personale e strutture fatiscenti. Ma il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove ha avuto un’idea per aiutare le carceri: rimandare i detenuti stranieri nei rispettivi Paesi di provenienza. «Un terzo dei detenuti è straniera e costa tra i 137 e i 150 euro al giorno. Basta moltiplicare 19.213 detenuti stranieri per 365 giorni e abbiamo trovato i fondi per costruire carceri, assumere agenti e personale».

Secondo Delmastro bisogna «recuperare altri posti per umanizzare la pena. Tant’è che abbiamo sbloccato 166 milioni per l’edilizia penitenziaria incredibilmente bloccati, più 84 col Pnrr, recuperando 6.754 posti sui 10mila mancanti». Durante l’intervista il sottosegretario smentisce di aver detto di volere che i detenuti marciscano in galera: «No, voglio che la espiino perché guardo alle vittime e ai cittadini che non devono vivere nell’insicurezza».

A proposito del tema dei bambini detenuti insieme alle madri afferma: «abbiamo solo detto che il rinvio della pena non è più obbligatorio. Il giudice valuterà la pericolosità sociale. Nessun giudice dotato di senno la sbatte in galera col bimbo di un anno. Diverso è il caso di borseggiatrici seriali che non devono più confidare nell’impunità grazie alla maternità».

Infine, una battuta sul Gio, che in molti hanno definito la squadra di picchiatori anti-rivolte: «Non sono mai stato con le “guardie”, ma sempre al fianco degli agenti che con il Gio daranno un supporto importante per mantenere la sicurezza, tant’è che ci sarà anche il negoziatore».

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La battuta di Mattarella alla Lega: «posso ancora dire sindaca?»

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Di fronte all’Associazione stampa parlamentare il capo dello Stato Sergio Mattarella rifila una stoccata alla proposta della Lega, già ritirata, di multare chi utilizza i titoli al femminile. E non è mancata una sferzata al presidente del Senato La Russa, per il suo giustificazionismo nei confronti dell’aggressione subita a Torino da un giornalista, per mano di militanti di CasaPound.

Si parlava di libertà di stampa, pensiero critico e coerenza di giudizio critico. Ma c’è stato anche il tempo per rifilare una battutina indirizzata alla Lega nel discorso che questa mattina il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha tenuto in occasione della cerimonia di consegna del “Ventaglio”, di fronte all’Associazione stampa parlamentare. Il Capo dello Stato ha detto con un sorriso sornione: «Credo si possa ancora dire sindaca…». Il riferimento è alla proposta, già ritirata, avanzata dalla Lega di punire con multe chi utilizza titoli al femminile, come appunto sindaca, o avvocata.

La battuta è arrivata nel contesto di un discorso più serio. Il capo dello Stato stava affrontando il tema degli attentati ai politici, riferendosi ovviamente al colpo che ha sfiorato Trump, quello al marito dell’ex speaker statunitense Nancy Pelosi, quello al premier slovacco Robert Fico  e quello all’ex sindaca di Berlino Franziska.

Parlando ai giornalisti presenti, Mattarella ha ricordato l’articolo 21 della Costituzione ed ha ribadito il ruolo fondamentale della stampa nel preservare la democrazia: «Alla libertà di opinione si affianca la libertà di informazione, cioè di critica, di illustrazione di fatti e di realtà. Si affianca, in democrazia, anche il diritto a essere informati in maniera corretta».

Per questo non possono essere tollerabili le aggressioni ai giornalisti, come avvenuto nei giorni scorsi a Torino, dove un branco di neofascisti ha picchiato Andrea Joly: «Si vanno infittendo, negli ultimi tempi, contestazioni, intimidazioni, quando non aggressioni, nei confronti di giornalisti, che si trovano a documentare fatti. Ogni atto rivolto contro la libera informazione, ogni sua riduzione a fake news, è un atto eversivo rivolto contro la Repubblica». E qui la tirata d’orecchie a La Russa, secondo il quale il giornalista avrebbe sbagliato a non identificarsi: «L’informazione è esattamente questo, come anche a Torino nei giorni scorsi: documentazione di ciò che avviene, senza obbligo di sconti».

Infine, un passaggio sulla situazione geopolitica attuale: «spinge a grande tristezza vedere che il mondo getta in armamenti immani risorse finanziarie, che andrebbero, ben più opportunamente, destinate a fini di valore sociale».

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Multe per chi scrive «sindaca» o «avvocata»: Lega fa dietrofront dopo le polemiche

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Dopo le polemiche suscitate dal senatore Manfredi Potenti, che aveva proposto multe per chi usa titoli al femminile come ad esempio avvocata o sindaca, i vertici della Lega prendono le distanze: «Non è la nostra linea, ma era un’iniziativa personale».

Effettivamente, ci sono delle espressioni al limite del sopportabile, da un punto di vista uditivo-grammaticale. Su tutte “questora” che non si capisce se sia un titolo o un indicazione temporale. Ma da qui a prevedere pene pecuniarie sembra un tantini eccessivo. La Lega fa dietrofront sulla proposta di affibbiare multe a chi usa i titoli al femminile, come «avvocata», «sindaca» o «rettrice».

La proposta era arrivata dal senatore leghista Manfredi Potenti. Un’iniziativa che aveva suscitato ilarità, ma anche critiche livorose e che ha portato i vertici del carroccio a prendere posizione: «La proposta di legge del senatore Manfredi Potenti è un’iniziativa del tutto personale. I vertici del partito, a partire dal capogruppo al Senato Massimiliano Romeo, non condividono quanto riportato nel Ddl Potenti il cui testo non rispecchia in alcun modo la linea della Lega che ne ha già chiesto il ritiro immediato».

Il provvedimento si intitola «Disposizioni per la tutela della lingua italiana, rispetto alle differenze di genere». Prevedeva multe fino a 5 mila euro.Si poneva l’obiettivo di «evitare l’impropria modificazione dei titoli pubblici dai tentativi ‘simbolici’ di adattarne la loro definizione alle diverse sensibilità del tempo». È in particolare all’articolo 2 che spunta il divieto: «In qualsiasi atto o documento emanato da Enti pubblici o da altri enti finanziati con fondi pubblici o comunque destinati alla pubblica utilità, è fatto divieto del genere femminile per neologismi applicati ai titoli istituzionali dello Stato, ai gradi militari, ai titoli professionali, alle onorificenze, ed agli incarichi individuati da atti aventi forza di legge». Mentre all’articolo 3 arriva anche la proposta di eliminare il «femminile sovraesteso» un approccio linguistico che utilizza la forma al femminile per riferirsi a tutti i generi. Tuttavia, sembra essere un’idea che non trova grande risonanza all’interno dello stesso partito di Matteo Salvini. Potrebbe quindi avere vita breve.

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