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Cronaca

Gli elementi per cui Città del Vaticano riapre le indagini sul caso Orlandi

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La gendarmeria vaticana riprenderà in mano tutte le carte e il materiale raccolto negli ultimi quarant’anni sul caso Orlandi, del quale ha annunciata la riapertura delle indagini. Lo ha confermato ieri Alessandro Diddi, promotore di giustizia dello stato di Città del Vaticano. Il pubblico ministero del papa ha spiegato che l’iniziativa, verso la quale papa Francesco ha dimostrato attenzione, arriva in seguito alle istanze presentate quasi un anno fa da Pietro Orlandi, il fratello della ragazza scomparsa il 22 giugno 1983, quando aveva 15 anni. Calma biblica, ma pur sempre meno impaziente di quella della Giustizia italiana, che ha archiviato il caso nel 2015

L’ormai celebre manifesto della scomparsa di Emanuela Orlandi

La vicenda è tornata alla ribalta dopo la pubblicazione di un documentario in quattro puntate trasmesso da Netflix, che ha riacceso i riflettori, e la curiosità, sul caso della cittadina vaticana con la fascetta, figlia di un messo pontificio, scomparsa nel nulla quarant’anni fa.

Il fratello di Emanuela Orlandi si è detto piacevolmente sorpreso dalla notizia della riapertura delle indagini sul caso e che spera di essere convocato per essere ascoltato. Ha anche reso noto di essere stato contattato alcuni anni fa, nel 2014, da persone vicine a papa Bergoglio. Proprio questi messaggi di WhatsApp sarebbero al centro dei nuovi elementi in mano alla gendarmeria, al pari di alcuni documenti emersi in seguito al caso Vatileaks 2 e di alcuni dossier dei quali si sarebbe interessato il precedente pontefice, Benedetto XVI.

Non si tratta certo del primo colpo di scena di una vicenda che da quarant’anni fa parlare di sé tra ipotesi, piste depistaggi ed un’unica certezza: l’assenza di notizie certe sulla sorte toccata ad Emanuela Orlandi. Negli anni tutte le ricerche, anche al di fuori del nostro Paese, si sono rivelate infruttuose: sono state controllati sepolcri e tombe, eseguite perizie sulle registrazioni, confronti fra testimoni veri o presunti. Le teorie avanzate sono eterogenee: il terrorismo internazionale e la Guerra Fredda, le pressioni sulla politica anti comunista di Karol Wojtyla, gli scandali dello Ior e del Banco Ambrosiano, il ruolo della ‘ndrangheta e della banda della Magliana, la pista dell'”Alto Prelato” e della pedofilia, il collegamento con la scomparsa di Mirella Gregori, avvenuta pochi mesi prima nello stesso anno.

Tutte ipotesi misteriose che non hanno prodotto al momento risultati concreti. Rimane da vedere se la nuova indagine della gendarmeria sul caso Orlandi possa portare a conclusioni diverse a quelle della magistratura italiana. Al riguardo va sottolineato, come giustamente ricordato da Open, che nel caso in cui si arrivasse ad un nuovo processo, l’attuale presidente del Tribunale dello Stato di Città del Vaticano è Giuseppe Pignatone, il quale, da capo della procura di Roma, chiese e ottenne l’archiviazione per l’ultima indagine italiana su Emanuela Orlandi.

Cronaca

Vannacci sospeso per 11 mesi dall’Esercito, il suo legale: «faremo ricorso»

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Il provvedimento nei confronti del generale Roberto Vannacci, sospeso per 11 mesi dall’Esercito, ha carattere disciplinare: carenza di senso di responsabilità e possibili ripercussioni negative sull’immagine dell’Esercito.

«Ricorreremo al Tar del Lazio per annullarla» ha detto l’avvocato di Roberto Vannacci non appena si è appreso che il generale è stato sospeso dall’Esercito per 11 mesi. Una sospensione dal carattere disciplinare, motivata da carenza di senso di responsabilità e potenziali ripercussioni negative sull’immagine dell’Esercito.

Insomma, salvo una probabile candidatura con la Lega all’orizzonte, non si schiariscono le nubi sul capo di Vannacci, sotto inchiesta in tre diverse indagini per peculato, truffa, istigazione all’odio razziale e diffamazione nei confronti di Paola Egonu, la campionessa azzurra di pallavolo i cui tratti somatici nel libro best seller “Il mondo al Contrario «non rappresentano l’italianità».

 La sospensione, il cui provvedimento disciplinare è stato avviato il 30 ottobre scorso, prevede anche una detrazione di anzianità e il dimezzamento dello stipendio.

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Cronaca

Manganellate agli studenti a Pisa, sostituita la dirigente della Mobile di Firenze

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La Mobile fiorentina fornisce le squadre anche alla Questura di Pisa per l’ordine pubblico. Silvia Conti, in servizio a Firenze dal 2021, è stato affidato un altro incarico.

Prime ripercussione dopo i fatti accaduti lo scorso venerdì a Pisa , quando tredici studenti, dieci dei quali minorenni, sono rimasti feriti in seguito alle cariche, e alle manganellate, della Polizia: Silvia Conti, dirigente della Mobile di Firenze, che fornisce le squadre anche alla Questura di Pisa per l’ordine pubblico, è stato affidata ad un altro incarico.

Come sottolinea Ansa, la dirigente della Squadra Mobile fiorentina non ha avuto ruoli operativi nella gestione dell’ordine pubblico né a a Pisa, dove sono arrivate le manganellate agli studenti, né a Firenze, dove sono scoppiati altri scontri con la polizia durante un corteo non autorizzato, ma ha disposto solo l’invio delle squadre di agenti richieste dalle due Questure.

Nel frattempo prosegue la ricostruzione della catena di errori e valutazioni errate, che hanno portato alle cariche dei polizotti. Mentre si cerca di capire quando e da dove sia partito l’ordine di caricare, la Procura analizzerà le immagini delle bodycam indossate da due capisquadra, anche al fine di stimare eventuali eccessi di forza.

Anche alcuni testimoni verranno ascoltati nelle prossime ore, non soltanto i ragazzi feriti, ma anche quelli che hanno girato i video diventati virali.

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Cronaca

Alessandra Pifferi era capace di intendere e volere: la perizia che potrebbe costarle l’ergastolo

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indagate le psicologhe del caso pifferi

Il test disposto dalle psicologhe del carcere, indagate insieme alla legale di Alessandra Pifferi, è stato ritenuto poco attendibile. Secondo la perizia invece: «in presenza di un funzionamento cognitivo integro e di una buona capacità di comprensione della vicenda giudiziaria che la riguarda, sia in termini di disvalore degli atti compiuti sia dello sviluppo della vicenda processuale, la donna è capace di stare in giudizio».

Rischia l’ergastolo Alessandra Pifferi, la madre che ha permesso la morte di stenti della figlia di 18 mesi abbandonata per diversi giorni in casa, dopo che è stata ritenuta capace di intendere e di volere. A stabilirlo, una perizia psichiatrica disposta dai giudici della Corte d’Assise di Milano, quattro mesi fa.

Non si tratta dei test psicologici eseguiti in carcere su Alessandra Pifferi, per i quali sono state indagate per falso e favoreggiamento due psicologhe in servizio presso la casa circondariale e la sua avvocatessa. Secondo le accuse nei loro confronti, avrebbero cercato di favorire la tesi difensiva confezionando perizie alterate, al fine di ottenere l’incapacità di intendere e volere.

Ma secondo la perizia stilata dal consulente Elvezio Pirfo, già balzato agli onori della cronaca ai tempi del delitto di Cogne, Alessandra Pifferi era perfettamente capace di intendere e di volere: «al momento dei fatti ha tutelato i suoi desideri di donna rispetto ai doveri di accudimento materno verso la piccola Diana e ha anche adottato un’intelligenza di condotta viste le motivazioni diverse delle proprie scelte date a persone diverse». Più avanti il dottore sostiene che la donna «non ha disturbi psichiatrici maggiori, né gravi disturbi di personalità».

In seguito a questa perizia, viene dunque esclusa l’attenuante per la quale la donna avrebbe potuto evitare l’ergastolo, che invece adesso ritorna ad essere un’ipotesi probabile.

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