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In Danimarca un parlamentare ha una relazione con una quindicenne: «sono forse meno moderato?»

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mike fonseca parlamentare danimarca relazione con ragazza 15 anni

Il parlamentare danese Mike Fonseca di 28 anni ha una relazione sentimentale con una ragazza di 15 anni, età del consenso in Danimarca. Espulso dal suo partito replica: «Sono forse meno moderato perché mi sono innamorato?».

«Una relazione totalmente incompatibile con un politico dei Moderati. Parliamo di una ragazza di soli 15 anni e la relazione è iniziata quando lei frequentava la terza media». Con queste parole il presidente del partito dei Moderati, ministro degli Esteri ed ex premier di Danimarca Lars Løkke Rasmussen spiega per quale motivo è stato espulso dal partito il parlamentare Mike Fonseca: ha una relazione sentimentale con una ragazza di 15 anni.

Fatto sicuramente poco consigliabile in termini di popolarità per un politico, ma non punito dalla legge. 15 anni in Danimarca è l’età del consenso e della responsabilità penale. Non una scelta di legalità dunque, ma di opportunità politica, anche se il diretto interessato non la comprende: «Sono forse meno moderato perché mi sono innamorato?» ha chiesto.

Fonseca, ex vigile de Fuoco, ricopriva il ruolo di portavoce per la cultura e gli affari interni. Dopo che la notizia ha fatto scalpore sui media danesi è entrato in congedo per malattia. Ora, dopo essere stato espulso e non aver trovato nessun partito disposto ad accoglierlo, ha fatto ritorno in Parlamento in veste di indipendente.

La polizia ha aperto un’inchiesta per adescamento di minori, ma le indagini non si sono concluse con un’incriminazione e Fonseca ha smentito di aver conosciuto la ragazza quando questa frequentava ancora la terza media. «Mi permetto di considerare le persone tra i 15 e i 17 anni come mature per fare scelte importanti, quasi maggiorenni e con diritti sulla maggior parte delle cose. Ed è per questo che considero la nostra scelta reciprocamente matura». Secondo i media danesi, la famiglia della giovane sarebbe a conoscenza della relazione e non ne sarebbe contraria.

La vicenda richiama alla mente un episodio analogo avvenuto nel nostro Paese qualche anno fa, quando un noto politico fece discutere per aver partecipato ad un compleanno dei 18 anni di una ragazza e poco dopo spese un sacco di energie per liberare la nipote minorenne di un presidente estero, trattenuta dalle forze dell’ordine. Anche lui era un sedicente moderato e proprio a causa di queste vicende iniziò il suo declino politico.

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Cronaca

E’ iniziato il processo sull’omicidio di Giulio Regeni, la famiglia: «aspettavamo da 8 anni»

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processo giulio regeni

Si è chiusa la prima udienza nei confronti dei quattro egiziani accusati del sequestro di persona e dell’omicidio del giovane ricercatore avvenuto a Il Cairo nel 2016. La prossima udienza del processo sull’omicidio di Giulio Regeni si terrà il 18 marzo.

Ha preso avvia presso la Corte d’Assise di Roma la prima udienza del processo sull’omicidio di Giulio Regeni. Gli imputati sono 4 membri dei servizi segreti egiziani, finora mai comparsi: Tariq Sabir, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. Sono a vario titolo accusati di concorso in lesioni personali aggravate, omicidio aggravato e sequestro di persona aggravato.

Gli imputati, dopo il non erano in aula. I difensori d’ufficio hanno posto una serie di eccezioni sulle quali la Corte si esprimerà il prossimo 18 marzo.

«Oggi è una giornata molto importante» hanno detto i genitori del ricercatore ucciso a Il Cairo nel 2016. . «Erano otto anni che aspettavamo questo momento – ha fatto eco l’avvocato Alessandra Ballerini, legale assieme al collega Giacomo Satta dei genitori di Giulio – . Finalmente speriamo che il processo possa partire. Sono state sollevate le questioni preliminari che erano già stata rigettate in tutte le altre aule di giustizia: speriamo, dopo la decisione della Consulta che rafforza molto la nostra posizione, di potere avere un processo contro chi ha fatto tutto il male del mondo a Giulio»

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Mondo

E’ morto in carcere in Russia Alexei Navalny

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condannato per estremismo Alexei Navalny

L’attivista dissidente Alexei Navalny, considerato il principale oppositore interno di Vladimir Putin, è morto nel carcere in cui stava scontando una pena a 19 anni per estremismo.

Il dissidente russo Alexei Navalny è morto. Ne dà notizia l’agenzia di stampa russa Tass, secondo cui sono in corso di accertamento le cause del decesso.

Il portavoce del Cremlino Peskov non ha fornito maggiori dettagli ed ha affermato di non esserne al corrente. I servizi carcerari nivece hanno parlato di malore.

L’attivista che ha guidato le manifestazioni anti Putin e che ha spesso messo in imbarazzo il Cremlino con le sue inchieste sulla corruzione dilagante nel Paese, era stato condannato a 19 anni di carcere per estremismo, ma stava già scontando una condanna a 9 anni.

In passato subì un tentativo di avvelenamento, ma riuscì a salvarsi dopo essere stato curato in Germania. Successivamente, l’attivista decise di far rientro nel Paese. Il giorno precedente alla sua ultima condanna, invitò tutti i suoi sostenitori a non aver paura.

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Cartello shock in Svizzera: «non si affittano slittini agli ebrei

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cartello contro gli ebrei in svizzera

Un cartello scritto in ebraico e affisso fuori da un ristorante di montagna a Davos in Svizzera informava la clientela che l’attrezzatura sportiva non sarebbe stata affittata agli ebrei. Dopo una prima giustificazione («decidiamo noi chi può e chi non può») e l’ondata di polemiche, il cartello è stato rimosso.

In Svizzera, a Pischa, vicino a Davos, la località dove ha sede ogni anno il World Economic Forum, fuori da un ristorante di montagna è comparso un cartello dai toni antisemiti: «A causa di diversi incidenti molto fastidiosi, tra cui il furto di uno slittino, non noleggiamo più l’attrezzatura sportiva ai nostri fratelli ebrei», recitava in ebraico.

La vicenda ha ovviamente innescato una vasta mole di polemiche non soltanto in Svizzera ed il ristorante ha infine rimosso il cartello con le frasi ingiuriose nei confronti degli ebrei. Prima però il titolare aveva provato a giustificarsi: «Non vogliamo più discussioni ogni giorno ed eserciteremo il nostro diritto di decidere chi possa affittare le cose di nostra proprietà e chi no». Insomma, solo la difesa della proprietà, la scelta non ha nessun intento discriminatorio: «non ha nulla a che vedere con la fede, il colore della pelle o le preferenze personali».

La vicenda è stata denunciata da un cliente di origine ebraica, che al quotidiano elevetico 20 Minuten ha spiegato: «ho fatto finta di non saper leggere l’ebraico e ho chiesto se potevamo affittare degli slittini». L’episodio è stato definito «scioccante» da Jonathan Kreutner, segretario generale della Federazione delle comunità israelitiche della Svizzera (Fsci).

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