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Mentre i portavoce lasciano i ministri, cambiano i direttori (e le linee editoriali) nei giornali di destra

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Antonio Angelucci, parlamentare della Lega, ex FI un tempo vicino ad AN, già editore de Il Tempo e Libero, ha acquisito anche Il Giornale. Qui dovrebbe tornare Sallusti, affiancato da Feltri come editorialista, mentre il posto lasciato a Libero dovrebbe essere occupato dal dimissionario Mario Sechi.

Dal giornalismo politico alla politica nel giornalismo il passo è breve. Quanto sta accadendo nella stampa italiana è quantomeno singolare. Da un lato c’è una fuoriuscita di giornalisti dalle stanze ministeriali, dall’altro si intravede un tentitvo di “infiltrazione politica” all’interno delle redazioni. Intanto si assistite alla nascita di un nuovo polo editoriale, che detiene alcuni dei principali giornali di destra, all’interno dei quali si assiste, o si assisterà a breve, un cambio di direttori e linee editoriali.

Dopo gli addii dei portavoce di Lollobrigida, Urso, Valditara, oggi anche la portavoce del ministro Santanchè, Nicoletta Santucci, lascia il proprio posto. La giornalista ha motivato la scelta parlando di «motivi personali», ma il fatto che la decisione arrivi proprio nel momento in cui si apre la bufera mediatica sulla “Santa” è balzato all’occhio di molti osservatori. Recentemente ha lasciato il proprio incarico, per alcuni dissapori interni allo staff della presidente, il portavoce di Palazzo Chigi, Mario Sechi. L’ex direttore de Il Tempo e Agcom però, «grazie al curriculum», non ha dovrebbe rimanere fermo a lungo: in molti lo indicano come il prossimo direttore di Libero, che dovrebbe subire una sorta di restyling in salsa meloniana.

E proprio sui giri di valzer alla guida dei quotidiani italiani, specialmente a destra, si sofferma La Stampa che dedica un articolo al progetto editoriale del parlamentare leghista Antonio Angelucci, in arte Tonino. In passato vicino ad Alleanza Nazionale, venne eletto tra le fila di Forza Italia per poi passare, dopo uno strappo con Licia Ronzulli brevemente rattoppato da Berlusconi, al carroccio. Imprenditore, spesso definito “re delle cliniche”, insieme al figlio Giampaolo è l’editore di alcuni dei principali giornali di destra, Il Tempo, Libero, Il Giornale, all’interno dei quali st avvenendo un cambio di direttori e linee editoriali.

Se la prima testa rappresenta la sua roccaforte nel Lazio, dove Angelucci ha i maggiori interessi, la seconda dovrebbe essere quella per “tenere buoni” i rapporti col governo ed assumere una linea editoriale più favorevole a FdI. In questo, la scelta di Mario Sechi, sarebbe perfetta. Il “posto Libero” è stato lasciato da Andrea Sallusti, che torna a Il Giornale dove potrà contare su Vittorio Feltri in qualità di editorialista. Giova ricordare che l’anziano giornalista è stato eletto Consigliere Regionale in Lombardia. Il quotidiano fondato da Indro Montanelli e per trent’anni di proprietà di Silvio Berlusconi è l’ultima acquisizione del gruppo editoriale che fa capo agli Angelucci ed è avvenuta pochi giorni fa. Oltre a mantenere la linea forzista il nuovo corso del quotidiano punta a sedurre anche lettori, ed elettori, di Terzo Polo e della Lega (Nord). L’obiettivo è quello di strappare seguito a Corriere della Sera.

Se da una lato i quotidiani, a livello globale, sono alle prese con una crisi di vendite diffuse, in particolare per quanto concerne le pubblicazioni cartacee, dall’altro il mondo politico continua a rimanere un accanito e molto interessato lettore. Il tutto, in un contesto nel quale l’ex presidente del Consiglio e senatore Matteo Renzi ha assunto la direzione, non responsabile, de Il Riformista. Libera stampa, in libero Stato.

Politica

Multe per chi scrive «sindaca» o «avvocata»: Lega fa dietrofront dopo le polemiche

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Dopo le polemiche suscitate dal senatore Manfredi Potenti, che aveva proposto multe per chi usa titoli al femminile come ad esempio avvocata o sindaca, i vertici della Lega prendono le distanze: «Non è la nostra linea, ma era un’iniziativa personale».

Effettivamente, ci sono delle espressioni al limite del sopportabile, da un punto di vista uditivo-grammaticale. Su tutte “questora” che non si capisce se sia un titolo o un indicazione temporale. Ma da qui a prevedere pene pecuniarie sembra un tantini eccessivo. La Lega fa dietrofront sulla proposta di affibbiare multe a chi usa i titoli al femminile, come «avvocata», «sindaca» o «rettrice».

La proposta era arrivata dal senatore leghista Manfredi Potenti. Un’iniziativa che aveva suscitato ilarità, ma anche critiche livorose e che ha portato i vertici del carroccio a prendere posizione: «La proposta di legge del senatore Manfredi Potenti è un’iniziativa del tutto personale. I vertici del partito, a partire dal capogruppo al Senato Massimiliano Romeo, non condividono quanto riportato nel Ddl Potenti il cui testo non rispecchia in alcun modo la linea della Lega che ne ha già chiesto il ritiro immediato».

Il provvedimento si intitola «Disposizioni per la tutela della lingua italiana, rispetto alle differenze di genere». Prevedeva multe fino a 5 mila euro.Si poneva l’obiettivo di «evitare l’impropria modificazione dei titoli pubblici dai tentativi ‘simbolici’ di adattarne la loro definizione alle diverse sensibilità del tempo». È in particolare all’articolo 2 che spunta il divieto: «In qualsiasi atto o documento emanato da Enti pubblici o da altri enti finanziati con fondi pubblici o comunque destinati alla pubblica utilità, è fatto divieto del genere femminile per neologismi applicati ai titoli istituzionali dello Stato, ai gradi militari, ai titoli professionali, alle onorificenze, ed agli incarichi individuati da atti aventi forza di legge». Mentre all’articolo 3 arriva anche la proposta di eliminare il «femminile sovraesteso» un approccio linguistico che utilizza la forma al femminile per riferirsi a tutti i generi. Tuttavia, sembra essere un’idea che non trova grande risonanza all’interno dello stesso partito di Matteo Salvini. Potrebbe quindi avere vita breve.

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Daniela Mondini: «mi hanno tolto la conduzione del Tg1 per darla ad una persona vicina al direttore»

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L’ex conduttrice del Tg1 Dania Mondini ha denunciato 6 persone, tra giornalisti e dirigenti Rai. La Procura di Roma ha chiuso le indagini. Tra i tentativi di mobbing denunciati, il trasferimento nell’ufficio di un collega con problemi di flatulenza.

Un improvviso cambiamento di atteggiamento nei suoi confronti, un ridimensionamento graduale, lo spostamento nell’ufficio di un collega con problemi di flatulenza e duri rimproveri di fronte alla redazione. E’ abbastanza singolare la denuncia per mobbing che l’ex conduttrice del Tg1 Dania Mondini ha  presentato nei confronti di alcuni giornalisti e dirigenti Rai. La Procura di Roma ha chiuso le indagini ed ha chiesto il rinvio a giudizio per 6 persone.

Si tratta degli ex direttori Andrea Montanari e Giuseppe Carboni, de vicedirettori Filippo Gaudenzi e Costanza Crescimbeni ed infine di Piero Damosso e Marco Betello. Avrebbero attuato pressioni psicologiche e comportamenti vessatori nei confronti della giornalista che li ha denunciati.

«Quando nel 2017 Andrea Montanari è stato nominato direttore del Tg1, mi hanno assegnato meno servizi e c’è stato un cambiamento di atteggiamento nei miei confronti. Perché? Montanari voleva sistemare una persona a lui molto vicina» ha raccontato in Procura Mondini. I comportamenti vessatori proseguono: «è arrivato l’ordine di condividere una stanza della redazione con un giornalista con numerosi problemi, non solo igienici. Mi sono rifiutata e mi sono trovata isolata. Sono stata minacciata. L’atteggiamento dei miei superiori era volto al rispetto delle intenzioni di Montanari».

Ad avvalorare questa tesi, la testimonianza della vicedirettrice Sabrina Turco, che ha parlato di «campagna diffamatoria» nei confronti dell’ex conduttrice. Nelle carte spunta anche il nome di Matteo Salvini. Durante una trasmissione, quando quest’ultimo era vicepremier e ministro dell’Interno, Mondini lo ha presentato erroneamente come «viceministro». Per questo lapsus sarebbe stata pesantemente rimproverata di fronte a tutti e sarebbe stata minacciata di non condurre più il telegiornale.

Il vicedirettore Gaudenzi, tra i denunciati, ricostruisce così l’accaduto: «Capita di sbagliare, ma l’errore assume un carattere di gravità per via del momento storico. Salvini era uomo forte del Paese. Mondini lo definisce viceministro, invece che vicepremier e ministro dell’Interno. È una classificazione inferiore nei confronti di un politico, come Salvini, attento ai mezzi d’informazione e in particolare a quello che succede nella Rai». E ancora: «Ho richiamato Mondini davanti a tutti, dicendo di stare più attenta. Vede giudice, altri giornalisti in presenza di errori sono stati sollevati dall’incarico». Ma ancora Turco fornisce una versione alternativa, nella quale Gaudenzi avrebbe attaccato duramente Dania Mondini «dandole in sostanza dell’incapace davanti a tutti, assumendo atteggiamenti minacciosi e intimidatori».

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Irene Pivetti accusata dalla Dia di aver fatto affari con i clan nel settore petrolifero

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Un’inchiesta della Procura di Roma travolge l’ex presidente del Senato e soubrette Irene Pivetti, accusata di un presunto favoreggiamento alla criminalità organizzata.

Irene Pivetti, già finita al centro di due inchieste giudiziarie relative ad una presunta frode e ad un presunto caso di evasione ed autoriciclaggio, è di nuovo accusata e questa volta l’accusa è pesantissima: avrebbe intrattenuto rapporti con esponenti della mafia romana e ne avrebbe favorito gli interessi nel settore petrolifero.

Nelle informative agli atti dell’inchiesta Assedio della Procura di Roma, la Dia descrive il suo presunto ruolo, in una presunta trattiva relativa a dell’acquisto illecito di carburante. Gli inquirenti descrivono la mafia romana come un mix di cosche, clan e ‘ndrine. Salvatore Pezzella e Giuseppe Vitaglione, presunti rappresentanti dei clan Mazzarella e D’Alessandro, sarebbero i referenti dell’ex presidente della Camera.

Vitaglione è legato anche al figlio di Michele Senese, Vincenzo, il quale ha autorizzato insieme a Roberto Marcori l’acquisizione di una società nel settore degli idrocarburi. Scrive la Dia: «Le indagini hanno dimostrato che Vitaglione (…) è stato favorito dal contributo di Irene Pivetti, ex presidente della Camera». Secondo il Fatto Quotidiano, che per primo ha dato la notizia, «Corrado Petito e Roberto Navaro, in concorso con Pivetti e con la compiacenza di funzionari pubblici corrotti (…) concorrevano a creare le condizioni per favorire le operazioni di riciclaggio, attraverso la produzione di modelli F24 ideologicamente falsi che attestavano il pagamento di accise e Iva dovuti per l’acquisto carburante».

Il passaggio più controverso è contenuto in un’intercettazione nella quale Vitaglione spiega a Pivetti che c’è stato un cambio al vertice dell’organizzazione che rappresenta, durante le trattive: «Sono cambiate un poco le carte per il gruppo che sta là sopra, no? Dove io ho fatto pure discussione qui giù a Napoli (…). Io vorrei che lo chiami e dirgli scusate, ma io sono stata a casa di persone serie o di birichini? Però presidente (…) li dovete dovete frustare direttamente avete capito?». Pivetti risponde: «Va bene, io intanto cerco che cosa hanno, dopodiché mi mandi le informazioni, tutte, il numero». Ancora Vitaglione: «Io sono stato chiamato da una famiglia di Napoli, poi Presidente resta tra di noi in quel caso stiamo nel nostro paese e ci siamo confrontati loro chi sono e noi chi siamo».

Un atteggiamento che sconcerta la Dia: «La Pivetti ben consapevole di muoversi in un contesto di criminalità organizzata, non solo conferma nuovamente di aver compreso la delicata situazione, ma condividendo l’intervento ‘mafioso’ della famiglia di Vitaglione, si augura che in quel modo il proprietario della società Nuova Petroli ritorni agli accordi iniziali».

Tramite il proprio legale, l’ex presidente e soubrette ha spiegato al Fatto: «Non ho ricevuto alcuna comunicazione giudiziaria, ho dato indicazione al mio legale di prendere contatto con la Procura per verificare se vi sono iscrizioni su di me. Nel caso mi metterò a disposizione del pm».

 

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