fbpx
Seguici su

Mondo

Il figlio di Gheddafi si candida, Haftar pure, Dabaiba tentenna: Libia in fermento a un mese dalle elezioni

Pubblicato

il

saif al islam gheddafi si candida alle elzioni presidenziali della Libia

Saif Al-Islam, figlio secondogenito dell’ex rais Gheddafi, si è candidato alle elezioni presidenziali in Libia. Dopo poco anche Khalifa Haftar ha annunciato che correrà alle urne, mentre il primo ministro Abdul Hamid Dabaiba, che non può candidarsi, ha annunciato che cederà il potere solo se il processo  risulterà trasparente. Ad un mese dalle elezioni, forse,  situazione libica in fermento, rischio di  nuovi scontri e timori che il Paese possa precipitare nuovamente nel caos.

Costume beduino e turbante marrone. È riapparso così domenica agli occhi del mondo Saif Al-Islam Gheddafi, figlio dell’ex Rais Mu’ammar. Dopo mesi di basso profilo, voci e dicerie, è ricomparso brevemente in pubblico per presentare ufficialmente la propria candidatura alle elezioni presidenziali in Libia, prima di tornare nell’ombra. Un nuovo spettro per la comunità internazionale che a 10 anni dalla Primavera Araba, teme un nuovo ritorno al passato come accaduto in Afghanistan.

Il figlio del Rais è un personaggio controverso. Secondo di otto figli, era visto come il “delfino”, quello più propenso a prendere il testimone e guidare la Libia dopo il padre. In un primo momento è apparso come una sorta di riformista del regime, salvo poi darg man forte nelle repressioni degli oppositori. Sul suo capo pende una richiesta di processo  per crimini contro l’umanità della corte penale internazionale. Dopo la Primavera Araba del 2011, è stato arrestato dai miliziani libici, per poi essere condotto, detenuto, ma anche protetto, a Zintan. Nel 2015 è stato condannato a morte per genocidio In un processo in contumacia svoltosi a Tripoli, per poi essere scarcerato l’anno successivo in seguito ad un’amnistia. Ha vissuto da uomo libero in una località segreta della Libia, mantenendo un basso profilo anche per scampare all’Aia. In questi anni ha fatto solo qualche sporadica apparizione.

Adesso, a 10 anni dalla rivolta che ha portato alla caduta, e all’uccisione, del padre si ripresenta in pubblico per annunciare la sua corsa alle elezioni presidenziali in Libia. La sua proposta si muove nel solco lasciato dal Rais. «L’amministrazione Obama è responsabile della distruzione della Libia, non il governo di mio padre. Quelle rivolte furono il centro di una tempesta perfetta, conseguenza di fenomeni che stavano crescendo da tempo, dalle tensioni esterne alle ambizioni opportunistiche di governi esteri, come quello francese di Nicolas Sarkozy» ha affermato qualche mese fa in una celebre intervista al New York Times.

Poco dopo la sua candidatura, anche il generale Khalifa Haftar, comandante della milizia che controlla la Cirenaica, ha annunciato che scenderà in campo. Il capo della “Lybian National Army” ha affermato di voler «iniziare un cammino di riconciliazione, pace, costituzione e stabilità». Da settembre ha ceduto il controllo dell’Est e del Sud del Paese al generale Nadori e l’incarico scade il 24 dicembre, giorno in cui si dovrebbero tenere le elezioni presidenziali.

O almeno, questo è l’auspicio della Comunità Internazionale, ribadita anche pochi giorni fa alla Conferenza di Parigi, ma la situazione nel Paese è in fermento. Le candidature di Gheddafi e Haftar hanno già suscitato reazioni molto accese da parte dei gruppi “rivoluzionari” in molte zone del paese, contrarie ad entrambe le ipotesi, ovvero vedere da una parte il ritorno al regime abbattuto nel 2011, dall’altra consegnare il potere a chi ha bombardato Tripoli per mesi.

In molti poi, vorrebbero far slittare le elezioni, sia forze esterne al Paese, Turchia in Testa, che interne, come il premier Abdul Hamid Dbeiba. Il Primo Ministro, riconosciuto dalla Comunità Internazionale e visto da molti come una figura nelle mani di Ankara, si è insediato lo scorso marzo ed è vincolato, come tutti i  membri del governo di unità nazionale, dal divieto di candidarsi, sebbene si stia comportando come se fosse intenzionato a farlo. Relativamente alle elezioni è apparso titubante ed ha affermato: «se le elezioni saranno trasparenti e basate sul consenso di tutte le parti, consegnerò il potere al nuovo governo scelto dal popolo libico». Una dichiarazione sibillina e che non dirama i dubbi circa la validità delle elezioni presidenziali all’indomani dal voto, qualora questo si tenesse davvero la prossima vigilia di Natlae.

Tutto questo mentre la Libia sta ancora facendo i conti con un tessuto sociale disgregato, milizia e bande armate presenti in tutte le zone del Paese, una grave crisi economica e mentre procede senza controllo il traffico di essere umani.

Mondo

Assalto al furgone della polizia per liberare un detenuto: 2 agenti uccisi in Francia

Pubblicato

il

assalto al furgone col detenuto francia

Un commando armato ha assaltato un convoglio delle forze dell’ordine durante un trasferimento di un detenuto, in Normandia.

Momenti di terrore oggi nel nord della Francia, dove almeno due agenti di polizia sono rimasti uccisi e tre gravemente feriti in un assalto armato ad un furgone impegnato nel trasferimento di un detenuto. Il commando ha fermato il convoglio fra Rouen ed Evreux, in Normandia, ed ha aperto il fuoco.

Il detenuto doveva essere interrogato dal giudice istruttore per un tentato omicidio del quale è accusato. Durante il trasporto a Eveux, un’auto ha bloccato il furgone scontrandovisi frontalmente. Da un altro auto sono scesi alcuni complici, con le armi in mano. La liberazione del prigioniero è riuscita ed i malviventi sono attualmente in fuga.

«L’attacco di questa mattina, costato la vita ad agenti dell’amministrazione penitenziaria, è uno shock per tutti noi. La nazione è al fianco dei familiari, dei feriti e dei loro colleghi». Ha scritto su X il presidente Emmanuel Macron dopo l’assalto al furgone penitenziario per liberare il detenuto, che secondo quanto trapelato dovrebbe chiamarsi Mohamed Amra, detto ‘la mosca’. «Stiamo facendo tutto il possibile per trovare gli autori di questo crimine e rendere giustizia in nome del popolo francese. Saremo inflessibili».

L’assalto al furgone della polizia penitenziaria in Francia è stato documentato negli attimi immediatamente successivi al suo svolgimento, dalle persone a bordo di un autobus che transitava in quella zona in quel momento.

Continua a leggere

Mondo

La macchia di sangue, i cellulari riapparsi, gli audio spariti: i punti oscuri dell’arresto di Matteo Falcinelli a Miami

Pubblicato

il

arresto matteo falcinelli

La famiglia sostiene che gli audio delle body-cam degli agenti intervenuti siano stati fatti sparire per depistare le indagini. Ipotesi contrastanti sulle motivazioni dell’arresto di Matteo Falcinelli e dubbi sulla macchia di sangue sulla maglietta: era già presente prima dell’arresto?

«Ho i miei diritti». Il video che mostra Matteo Falcinelli, ragazzo italiano di 25 anni originario di Spoleto, nella stazione di polizia di Miami con le braccia legate dietro la schiena, il corpo bloccato in una posa innaturale e la testa tenuta stretta da un agente, ha fatto scalpore. L’arresto risale alla notte tra il 24 ed il 25 febbraio. Oggi, oltre alle modalità dell’arresto, fanno discutere le cause dell’arresto ed altri punti oscuri di questa torbida vicenda.

Innanzitutto, la maglietta sporca di sangue. Secondo alcuni video diffusi oggi dai media, le tre macchie comparivano già prima dell’arrivo della polizia, quindi non sarebbero state provocate da eventuali torture avvenute nella stazione di polizia. Questo però di per sé non basta ad assolvere gli agenti.

A partire dall’arresto. Sono contrastanti le versioni diffuse. Secondo l’agente he per primo è intervenuto e che poi ha fermato Falcinelli ed ha richiesto rinforzi, il giovane «metteva le mani addosso» a tutti per riavere 500 dollari spesi all’interno di un night club. L’arresto è infatti avvenuto al di fuori di un locale notturno.

La versione del ragazzo, che sarebbe confermata dai filmati dei sistemi di videosorveglianza, è che stesse chiedendo con insistenza i cellulari che aveva perso nel locale. I video mostrano il ragazzo intorno alle 22:30.m Ordina da bere, rifiuta l’approccio di due ragazze, va in bagno, si accorge di non avere più i cellulari. Torna al bancone, inizia a cercarli, una ragazza lo avvisa che sono stati trovati, torna all’ingressa e li recupera. Poi recupera i drink e li beve insieme ad una ragazza. Inizia la fase di blackout delle immagine.

Alle 3:40 si accendono le body-cam dei poliziotti. Falcinelli è già ferito, ma non è chiaro come sia successo. Si sente il primo agente spiegare agli altri perché ha richiesto il loro intervento. L’audio sparisce.

Nelle fase concitate precedenti all’arresto, un agente consiglia al ragazzo di mettersi il cuore in pace e che sicuramente i telefoni non sono all’interno del locale. Pochi minuti dopo Falcinelli è a terra, con le braccia bloccate dietro la schiena ed un ginocchio premuto sul collo. I telefoni sono riapparsi magicamente al suo fianco. Sembra che a darli al poliziotto sia stato un addetto alla sicurezza del locale. O almeno, l’abito scuro che indossa nel video sembra suggerirlo. I cellulari vengono caricati in macchina insieme al ragazzo. Ma non se ne fa accenno nel verbale di polizia.

Continua a leggere

Mondo

Sgomberata l’accampamento pro Palestina all’Ucla: proiettili di gomma sugli studenti

Pubblicato

il

spari sugli studenti ucla campus università americana

Dopo l’irruzione alla Columbia di New York, la polizia in assetto anti sommossa è entrata anche all’Ucla di Los Angeles, dove è stato sgomberato l’accampamento degli studenti, contro i quali sono stati sparati anche proiettili di gomma.

Da qualche settimana vanno in scena nei campus statunitensi le manifestazioni pro Palestina di decine di studenti, al pari di quanto visto in Italia ed in Europa. Ma nei giorni scorsi le proteste degli studenti americani sono diventate roventi: University of California, Berkeley, Columbia University ed University of Michigan, giusto per fare qualche esempio, hanno ospitato manifestazioni e dibattiti molto accesi riguardanti il conflitto israelo-palestinese ed in qualche campus sono perfino spuntati presidi filopalestinesi, che sono stati sgomberati dalla polizia. Dopo l’irruzione alla Columbia, nella notte la polizia ha sgomberato l’accampamento di tende sorta all’Ucla, l’università della California, dove contro gli studenti sono stati sparati anche proiettili di gomma.

Sui social foto e video stanno facendo scalpore. Mostrano gli agenti rimuovere le tende ed accompagnare i manifestanti fuori dal campus. La Cnn riferisce di decine di arresti. Prima era toccato alla Columbia di New York. Nel pomeriggio era diventato virale, suscitando anche facili ironie, il video di una studentessa che chiedeva all’università la gentilezza di fornire cibo e acqua ai manifestanti che occupavano l’università. L’università ha preferito chiedere, per la seconda volta, l’intervento della polizia, che è entrata nel campus in assetto anti sommossa. Anche in questo caso decine di arresti. Prima dell’irruzione le forze dell’odine hanno dichiarato che nel campus si trovavano «black blocs ed anarchici».

Continua a leggere

Più letti

Copyright © 2020 by Iseini Group | Osservatore Quotidiano è un prodotto editoriale di Il Martino.it iscritto al tribunale di Teramo con il n. 668 del 26 aprile 2013 | R.O.C. n.32701 del 08 Marzo 2019 | Direttore : Antonio Villella | ISEINI GROUP S.R.L - Sede Legale: Alba Adriatica (TE) via Vibrata snc, 64011 - P.Iva 01972630675 - PEC: iseinigroup@pec.it - Numero REA: TE-168559 - Capitale Sociale: 1.000,00€ | Alcune delle immagini interamente o parzialmente riprodotte in questo sito sono reperite in internet. Qualora violino eventuali diritti d'autore, verranno rimosse su richiesta dell'autore o detentore dei diritti di riproduzione.