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Crosetto: «tagliare col machete le catene che bloccano lo sviluppo, bisogna cambiare le amministrazioni pubbliche»

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In un’intervista al Messaggero il ministro della Difesa Guido Crosetto propone «tagli col machete» e parla della necessità di cambiare radicalmente la classe dirigente di Enti e Ministeri: «Se non mandiamo via queste persone, facciamo un danno al Paese».

Il ministro della Difesa sfodera il «machete». Guido Crosetto vuole «tagliare con il machete alcune catene che bloccano lo sviluppo dell’Italia. Ora ci vogliono 17 anni per realizzare un’opera pubblica, dovranno diventare 4-5 al massimo». Lo ha affermato in un’intervista a Il Messaggero. Insomma, sembrerebbe che Crosetto suggerisca decisioni inderogabili per quanto riguarda la Pubblica Amministrazione, il cui Ministero è guidato dal forzista Paolo Zangrillo.

Il bersaglio dei suoi fendenti sarebbe «chi nelle amministrazioni pubbliche si è contraddistinto per la capacità di dire no e perdere tempo. Se non mandiamo via queste persone, facciamo un danno al Paese. Nei ministeri e in ogni settore della macchina burocratica c’è una classe dirigente che va cambiata in profondità. Non si può pensare di fare politiche nuove e diverse se nei posti chiave tieni funzionari che hanno mentalità vecchie o servono ideologie di cui noi rappresentiamo l’alternativa».

I motivi che hanno fatto scattare sull’attenti il ministro sono state le difficoltà riscontrate dal governo nel presentare la Legge di Bilancio, oggi all’esame in Senato. La manovra è approdata in aula senza Il voto finale è slittato a domani.

Crosetto se la prende in particolare contro la Ragioneria di Stato, che ha presentato la richiesta di apportare alcune correzioni. Ma non ci sono le lungaggini della burocrazia nel mirino del ministro, ma anche un «problema di classe parlamentare» che pecca di «inesperienza», ma soprattutto «la tempistica: Giorgetti ha avuto appena tre giorni per mettere su la manovra».

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La soluzione di Donzelli per le carceri affollate: «stranieri a casa loro»

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Intervistato da Repubblica, il Sottosegretario alla Giustizia Delmastro offre la sua soluzione per allentare la pressione sulle carceri italiane: rimandare i detenuti stranieri nei Paesi di provenienza.

I penitenziari italiani vivono una situazione di emergenza cronica, tra celle sovraffollate, carenza di personale e strutture fatiscenti. Ma il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove ha avuto un’idea per aiutare le carceri: rimandare i detenuti stranieri nei rispettivi Paesi di provenienza. «Un terzo dei detenuti è straniera e costa tra i 137 e i 150 euro al giorno. Basta moltiplicare 19.213 detenuti stranieri per 365 giorni e abbiamo trovato i fondi per costruire carceri, assumere agenti e personale».

Secondo Delmastro bisogna «recuperare altri posti per umanizzare la pena. Tant’è che abbiamo sbloccato 166 milioni per l’edilizia penitenziaria incredibilmente bloccati, più 84 col Pnrr, recuperando 6.754 posti sui 10mila mancanti». Durante l’intervista il sottosegretario smentisce di aver detto di volere che i detenuti marciscano in galera: «No, voglio che la espiino perché guardo alle vittime e ai cittadini che non devono vivere nell’insicurezza».

A proposito del tema dei bambini detenuti insieme alle madri afferma: «abbiamo solo detto che il rinvio della pena non è più obbligatorio. Il giudice valuterà la pericolosità sociale. Nessun giudice dotato di senno la sbatte in galera col bimbo di un anno. Diverso è il caso di borseggiatrici seriali che non devono più confidare nell’impunità grazie alla maternità».

Infine, una battuta sul Gio, che in molti hanno definito la squadra di picchiatori anti-rivolte: «Non sono mai stato con le “guardie”, ma sempre al fianco degli agenti che con il Gio daranno un supporto importante per mantenere la sicurezza, tant’è che ci sarà anche il negoziatore».

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La battuta di Mattarella alla Lega: «posso ancora dire sindaca?»

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Di fronte all’Associazione stampa parlamentare il capo dello Stato Sergio Mattarella rifila una stoccata alla proposta della Lega, già ritirata, di multare chi utilizza i titoli al femminile. E non è mancata una sferzata al presidente del Senato La Russa, per il suo giustificazionismo nei confronti dell’aggressione subita a Torino da un giornalista, per mano di militanti di CasaPound.

Si parlava di libertà di stampa, pensiero critico e coerenza di giudizio critico. Ma c’è stato anche il tempo per rifilare una battutina indirizzata alla Lega nel discorso che questa mattina il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha tenuto in occasione della cerimonia di consegna del “Ventaglio”, di fronte all’Associazione stampa parlamentare. Il Capo dello Stato ha detto con un sorriso sornione: «Credo si possa ancora dire sindaca…». Il riferimento è alla proposta, già ritirata, avanzata dalla Lega di punire con multe chi utilizza titoli al femminile, come appunto sindaca, o avvocata.

La battuta è arrivata nel contesto di un discorso più serio. Il capo dello Stato stava affrontando il tema degli attentati ai politici, riferendosi ovviamente al colpo che ha sfiorato Trump, quello al marito dell’ex speaker statunitense Nancy Pelosi, quello al premier slovacco Robert Fico  e quello all’ex sindaca di Berlino Franziska.

Parlando ai giornalisti presenti, Mattarella ha ricordato l’articolo 21 della Costituzione ed ha ribadito il ruolo fondamentale della stampa nel preservare la democrazia: «Alla libertà di opinione si affianca la libertà di informazione, cioè di critica, di illustrazione di fatti e di realtà. Si affianca, in democrazia, anche il diritto a essere informati in maniera corretta».

Per questo non possono essere tollerabili le aggressioni ai giornalisti, come avvenuto nei giorni scorsi a Torino, dove un branco di neofascisti ha picchiato Andrea Joly: «Si vanno infittendo, negli ultimi tempi, contestazioni, intimidazioni, quando non aggressioni, nei confronti di giornalisti, che si trovano a documentare fatti. Ogni atto rivolto contro la libera informazione, ogni sua riduzione a fake news, è un atto eversivo rivolto contro la Repubblica». E qui la tirata d’orecchie a La Russa, secondo il quale il giornalista avrebbe sbagliato a non identificarsi: «L’informazione è esattamente questo, come anche a Torino nei giorni scorsi: documentazione di ciò che avviene, senza obbligo di sconti».

Infine, un passaggio sulla situazione geopolitica attuale: «spinge a grande tristezza vedere che il mondo getta in armamenti immani risorse finanziarie, che andrebbero, ben più opportunamente, destinate a fini di valore sociale».

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Multe per chi scrive «sindaca» o «avvocata»: Lega fa dietrofront dopo le polemiche

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Dopo le polemiche suscitate dal senatore Manfredi Potenti, che aveva proposto multe per chi usa titoli al femminile come ad esempio avvocata o sindaca, i vertici della Lega prendono le distanze: «Non è la nostra linea, ma era un’iniziativa personale».

Effettivamente, ci sono delle espressioni al limite del sopportabile, da un punto di vista uditivo-grammaticale. Su tutte “questora” che non si capisce se sia un titolo o un indicazione temporale. Ma da qui a prevedere pene pecuniarie sembra un tantini eccessivo. La Lega fa dietrofront sulla proposta di affibbiare multe a chi usa i titoli al femminile, come «avvocata», «sindaca» o «rettrice».

La proposta era arrivata dal senatore leghista Manfredi Potenti. Un’iniziativa che aveva suscitato ilarità, ma anche critiche livorose e che ha portato i vertici del carroccio a prendere posizione: «La proposta di legge del senatore Manfredi Potenti è un’iniziativa del tutto personale. I vertici del partito, a partire dal capogruppo al Senato Massimiliano Romeo, non condividono quanto riportato nel Ddl Potenti il cui testo non rispecchia in alcun modo la linea della Lega che ne ha già chiesto il ritiro immediato».

Il provvedimento si intitola «Disposizioni per la tutela della lingua italiana, rispetto alle differenze di genere». Prevedeva multe fino a 5 mila euro.Si poneva l’obiettivo di «evitare l’impropria modificazione dei titoli pubblici dai tentativi ‘simbolici’ di adattarne la loro definizione alle diverse sensibilità del tempo». È in particolare all’articolo 2 che spunta il divieto: «In qualsiasi atto o documento emanato da Enti pubblici o da altri enti finanziati con fondi pubblici o comunque destinati alla pubblica utilità, è fatto divieto del genere femminile per neologismi applicati ai titoli istituzionali dello Stato, ai gradi militari, ai titoli professionali, alle onorificenze, ed agli incarichi individuati da atti aventi forza di legge». Mentre all’articolo 3 arriva anche la proposta di eliminare il «femminile sovraesteso» un approccio linguistico che utilizza la forma al femminile per riferirsi a tutti i generi. Tuttavia, sembra essere un’idea che non trova grande risonanza all’interno dello stesso partito di Matteo Salvini. Potrebbe quindi avere vita breve.

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