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Il ministro della Difesa all’attacco: querele e cause civili a chi lo accusa di conflitto d’interesse

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Il ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha annunciato le proprie dimissioni dalle società che amministrava e l’intenzione di vendere le quote di proprietà entro pochi mesi, con un tweet mette in guardia giornalisti, direttori ed editori e minaccia querele e cause civili: «condanne unico metodo che possono capire contro la diffamazione».

La miglior difesa è l’attacco. Parte forte il ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha appena messo piede nel dicastero che lo guida ed è già pronto a difenderlo strenuamente per «obbligo istituzionale». Le prime minacce le ha già individuate: giornalisti, editori e direttori. Gli strumenti per combatterli pure: «condanne in sede civile e penale». Il ministro Crosetto, con un tweet che non ammette repliche, ha minacciato querele o cause civili alle testate che lo accusano di conflitto d’interesse.

«Ho dato mandato allo Studio Legale Mondani perché sono certo che le condanne in sede civile e penale siano l’unico metodo che editori, direttori e giornalisti possano intendere, di fronte alla diffamazione. Il mio ora è un obbligo Istituzionale: quello di difendere il dicastero» ha scritto Guido Crosetto su Twitter.

Il riferimento è agli articoli dei giorni scorsi relativi ad eventuali conflitti di interesse da parte di membri del governo. Nel mirino dei giornalisti erano finiti in particolare Daniela Santanché, proprietaria del celebre stabilimento balneare Twiga e ministro del Turismo, per quanto riguarda le deleghe sulle concessioni balneari, e appunto Guido Crosetto, amministratore e consulente per diverse società, tra cui Aiad, Federazione delle aziende italiane dell’aerospazio e della difesa che aderisce a Confindustria, e Orizzonti sistemi navali, controllata da Fincantieri (51%) e LEonardo (49%), i due più importanti gruppi italiani del settore.ù

Il ministro della difesa aveva già reso noto di essersi dimesso da qualunque incarico e che si sarebbe liberato a stretto giro anche delle quote di proprietà: «Per tutti quelli che (non per amore) me lo stanno chiedendo, rispondo. Mi sono già dimesso da amministratore, di ogni società privata (non ne ricopro di pubbliche) che (legittimamente) occupavo. Liquiderò ogni mia società (tutte legittime). Rinuncio al 90% del mio attuale reddito».

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Moglie, suocera e cognati di Aboubakar Soumahoro rinviati a giudizio

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Il Gup di Latina ha accolto le richieste dei pm. Secondo le accuse, gli indagati hanno utilizzato il denaro della Prefettura destinato ai minori ospiti della cooperativa Karibu, per spese personali.

Liliane Murekatete, Marie Therese Mukamitsindo, Michel Rukundo e Aline Mutes, rispettivamente moglie, suocera e cognati del senatore Aboubakar Soumahoro, sono stati rinviati a giudizio dal  giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina Giulia Paolini, che ha accolto le richieste del pm Giuseppe Miliano. Un altro cognato di Soumahoro, Richard Mutangana, è tornato in Ruanda ed è al momento irreperibile, ma la sua posizione è stata stralciata.

In base alle accuse nei loro confronti, gli indagati avrebbero utilizzato i soldi provenienti dalla prefettura di Latina e destinati ai giovani ospiti della cooperativa Karibu per comprare oggetti di lusso ed effettuare investimenti all’estero, mentre i migranti erano stati lasciati al freddo e con poco cibo.  I reati contestati sono quelli della bancarotta, frode in pubbliche forniture e autoriciclaggio.

L’inchiesta nacque dalle segnalazioni di alcuni dipendenti della cooperativa, rimasti senza stipendio. Questo fattore ha portato anche ad una vertenza sindacale. La vicenda si è abbattuta come un macigno sulla carriera politica del senatore Soumahoro, passato repentinamente al gruppo misto dopo essere stato scaricato dal partito con cui era stato eletto, Alleanza Verdi-Sinistra Italiana.

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Scontro Calenda-Mastella: «cultura della mafia», «pariolino viziato ti querelo»

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Clemente Mastella è furioso con Carlo Calenda a causa di un tweet nel quale viene citato il suo nome e nel quale si fa riferimento alla «cultura della mafia».

A causa di un tweet (tanto per cambiare, ndr) Carlo Calenda si trova trascinato in una polemica politica che promette anche strascichi giudiziari. Parlando delle liste per le Europee e rivolgendosi ad Emma Bonino ha motivato il suo no al progetto Stati Uniti d’Europa. Durante un passaggio del suo ragionamento ha scritto: «non ha alcun senso portarsi dietro, sia pure per interposta persona, Cuffaro, Cesaro e Mastella. La cultura della mafia è l’opposto dei valori europei». Apriti cielo: Mastella l’ha presa malissimo ed ha subito promesso querela nei confronti di Calenda.

Nel darne annuncio rinuncia al politichese: «Questo pariolino viziato che gioca a fare il bulletto mediatico non può permettersi di associare il mio nome e la mia storia politica alla mafia. Mentre lui giocava a fare il figlio di mammà, io ho combattuto senza sconti la criminalità organizzata, da ministro della Giustizia. Calenda non capisce nulla di politica, ma non pensavo fosse pure un maestro di maleducato e diffamante dileggio. Ci vedremo in tribunale».

Mastella, da navigato politico di centro, ne approfitta ed utilizza la vicenda per rinsaldare il nuovo fronte: ««Renzi ha miracolato il pariolino con cariche importanti come quella di ambasciatore e ministro sottraendolo dall’anonimato cui era destinato. Calenda ha ripagato Renzi con perfidia e ingratitudine. Per me resta il ragazzotto cui affidavo le mie segnalazioni per il Cis di Nola: disse che mi avrebbe querelato ma non lo fece, perché è la verità. Stavolta non basterà l’intercessione di un avvocato comune amico che mi chiese con insistenza di ritirare la querela, ho il dovere di portarla avanti e non arretrerò di un millimetro per rispetto alla mia famiglia, alla mia etica e ai miei elettori. Se ha il coraggio rinunciasse all’immunità parlamentare».

Parole cariche di risentimento, che difficilmente verrà smorzato dalla replica di Azione: «È del tutto evidente che il riferimento alla cultura mafiosa era fatto nei confronti della condanna di Totò Cuffaro».

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Razzi vuole le Europee: «ho mezzo milione di follower, FI mi candidi»

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In un’intervista al Corriere della Sera l’ex senatore Antonio Razzi cerca sponsor per una sua candidatura alle Europee, sponda Forza Italia, ma sta incontrando alcune difficoltà: «non mi risponde nessuno»

Venne eletto in Svizzera con i voti degli italiani all’estero e una volta a Roma passò in una sola notte da uno schieramento all’altro, contribuendo a scrivere una pagina indelebile della storia della seconda Repubblica e rilasciando poi una dichiarazione a telecamere nascoste che ha fatto la fortuna di Maurizio Crozza. Esperito il suo compito e terminata la legislatura non è stato più rieletto, ma nemmeno candidato con sua somma sorpresa: «nel 2018 lo sapevano tutti i giornalisti che non sarei stato ricandidato e io fui l’ultimo a saperlo». La politica italiana insomma gli ha inspiegabilmente voltato le spalle, ma il già senatore Antonio Razzi non ha certo perduto di vista i propri ideali ed ora spera di poter essere arruolato tra le fila di Forza Italia in vista delle Elezioni Europee, come ha raccontato in un’intervista al Corriere della Sera. Cosa può portare agli azzurri? «Ho oltre mezzo milione di follower».

Il suo percorso politico in caso di elezione sarebbe compiuto: eletto in Parlamento fuori dai confini nazionali, troverebbe in patria i voti che gli servono per raggiungere Strasburgo. Ma non sembra così facile. «Mi sono messaggiato con tutto lo staff di Forza Italia ma sulla candidatura nessuno risponde. Io mi sono messo a disposizione del partito perché porto il voto dei giovani» rende noto Razzi, perplesso dall’assordante silenzio proveniente dagli ambienti forzisti.

Il ragionamento dell’ex senatore è semplice e si basa sulla fredda aritmetica: «Io voglio dare una mano. Ho oltre mezzo milione di follower. Se anche solo il 5% mi votasse, porterei 25 mila voti. Se si vuole superare il 10% è bene avere i numeri». Razzi affronta poi un ragionamento relativo all’importanza dei nomi: «Ci sono candidati che poi uno si chiede “chi lo conosce”. Ma se non metti gente conosciuta come fai a prendere i voti?». Un ragionamento che però non tiene in considerazione di un quesito significativo: da dove proviene questa notorietà?

Ma Razzi tira dritto per la sua strada e fa leva sul suo punto forte: il dialogo coi giovani. «Mi scrivono sui social. E io rispondo». Una buona tattica effettivamente, che però nasconde qualche insidia: «Certo, ci sono anche quelli che mi vogliono offendere». Ma l’ex senatore sa come disinnescare gli hater: «gli metto un cuoricino, così si arrabbiano il doppio».

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