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Mondo

I giocatori dell’Iran non cantano l’inno per solidarizzare con i manifestanti

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Bordate di insulti, fischi e gestacci da parte dei tifosi dell’Iran ai giocatori della propria nazionale, che non hanno cantato l’inno prima del match con l’Inghilterra. In altri settori dello stadio però, sono spuntati cartelloni a favore di questa scelta. Gli inglesi si sono inginocchiati in solidarietà del movimento “Black Lives Matter”.

Le potreste anti regime in Iran entrano in campo anche alla Coppa del Mondo del Qatar. I giocatori dell’Iran infatti, hanno deciso di non cantare l’inno nazionale prima della partita d’esordio contro l’Inghilterra, per manifestare solidarietà con i manifestanti che da giorni, dall’omicidio di Mahsa Amini, protestano nelle strade del Paese. I giocatori inglesi invece si sono inginocchiati per dimostrare vicinanza al movimento “Black Lives Matter”.

Sugli spalti donne commosse e cartelloni con scritte come «Freedom in Iran» o «Women, Life, Freedom». Ma non tutti i sostenitori iraniani si sono dimostrati felici di questa scelta. Dal settore che ospitava una buona parte dei tifosi sono piovuti fischi, insulti, cori offensivi e gestacci all’indirizzo dei giocatori. La decisione dei giocatori dell’Iran di non cantare l’inno era stata anticipata in conferenza stampa dal difensore Ehsan Hajsaf, il quale ha affermato di voler portare in questo modo in campo la «voce del popolo».

Insomma una nuova polemica si aggiunge a questi mondiali dopo quelle che hanno coinvolto la manifestazione qatariota prima e dopo e l’inizio del torneo. Non solo quelle relative alle condizioni disumane dei lavoratori che hanno edificati gli stadi, che secondo molti entro un mese saranno delle vere e proprie cattedrali nel deserto, o quelle per le ipotesi di corruzione, per il silenzio della Fifa, o per il divieto di riprendere le condizioni del Paese fuori dallo stadio imposto ad un tv danese. Ma anche verso le discriminazioni nei confronti degli omosessuali.

Alcune nazionali avevano deciso di far sfoggiare al proprio capitano una fascia arcobaleno con la scritta «One Love». La Fifa però, che già è stata criticata ampiamente per l’affidamento al Qatar dell’organizzazione del mondiale d’inverno, ha minacciato ammonizioni a raffica e le squadre hanno fatto marcia indietro.

Il mondiale delle polemiche ha già provocato prese di posizione forti. La Bbc ad esempio non ha trasmesso la cerimonia d’inaugurazione, mandando in onda al suo posto un documentario sui problemi dei lavoratori, sulle discriminazioni agli omosessuali e sugli episodi di corruzione.

Cronaca

E’ iniziato il processo sull’omicidio di Giulio Regeni, la famiglia: «aspettavamo da 8 anni»

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Si è chiusa la prima udienza nei confronti dei quattro egiziani accusati del sequestro di persona e dell’omicidio del giovane ricercatore avvenuto a Il Cairo nel 2016. La prossima udienza del processo sull’omicidio di Giulio Regeni si terrà il 18 marzo.

Ha preso avvia presso la Corte d’Assise di Roma la prima udienza del processo sull’omicidio di Giulio Regeni. Gli imputati sono 4 membri dei servizi segreti egiziani, finora mai comparsi: Tariq Sabir, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. Sono a vario titolo accusati di concorso in lesioni personali aggravate, omicidio aggravato e sequestro di persona aggravato.

Gli imputati, dopo il non erano in aula. I difensori d’ufficio hanno posto una serie di eccezioni sulle quali la Corte si esprimerà il prossimo 18 marzo.

«Oggi è una giornata molto importante» hanno detto i genitori del ricercatore ucciso a Il Cairo nel 2016. . «Erano otto anni che aspettavamo questo momento – ha fatto eco l’avvocato Alessandra Ballerini, legale assieme al collega Giacomo Satta dei genitori di Giulio – . Finalmente speriamo che il processo possa partire. Sono state sollevate le questioni preliminari che erano già stata rigettate in tutte le altre aule di giustizia: speriamo, dopo la decisione della Consulta che rafforza molto la nostra posizione, di potere avere un processo contro chi ha fatto tutto il male del mondo a Giulio»

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Mondo

E’ morto in carcere in Russia Alexei Navalny

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condannato per estremismo Alexei Navalny

L’attivista dissidente Alexei Navalny, considerato il principale oppositore interno di Vladimir Putin, è morto nel carcere in cui stava scontando una pena a 19 anni per estremismo.

Il dissidente russo Alexei Navalny è morto. Ne dà notizia l’agenzia di stampa russa Tass, secondo cui sono in corso di accertamento le cause del decesso.

Il portavoce del Cremlino Peskov non ha fornito maggiori dettagli ed ha affermato di non esserne al corrente. I servizi carcerari nivece hanno parlato di malore.

L’attivista che ha guidato le manifestazioni anti Putin e che ha spesso messo in imbarazzo il Cremlino con le sue inchieste sulla corruzione dilagante nel Paese, era stato condannato a 19 anni di carcere per estremismo, ma stava già scontando una condanna a 9 anni.

In passato subì un tentativo di avvelenamento, ma riuscì a salvarsi dopo essere stato curato in Germania. Successivamente, l’attivista decise di far rientro nel Paese. Il giorno precedente alla sua ultima condanna, invitò tutti i suoi sostenitori a non aver paura.

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Mondo

Cartello shock in Svizzera: «non si affittano slittini agli ebrei

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cartello contro gli ebrei in svizzera

Un cartello scritto in ebraico e affisso fuori da un ristorante di montagna a Davos in Svizzera informava la clientela che l’attrezzatura sportiva non sarebbe stata affittata agli ebrei. Dopo una prima giustificazione («decidiamo noi chi può e chi non può») e l’ondata di polemiche, il cartello è stato rimosso.

In Svizzera, a Pischa, vicino a Davos, la località dove ha sede ogni anno il World Economic Forum, fuori da un ristorante di montagna è comparso un cartello dai toni antisemiti: «A causa di diversi incidenti molto fastidiosi, tra cui il furto di uno slittino, non noleggiamo più l’attrezzatura sportiva ai nostri fratelli ebrei», recitava in ebraico.

La vicenda ha ovviamente innescato una vasta mole di polemiche non soltanto in Svizzera ed il ristorante ha infine rimosso il cartello con le frasi ingiuriose nei confronti degli ebrei. Prima però il titolare aveva provato a giustificarsi: «Non vogliamo più discussioni ogni giorno ed eserciteremo il nostro diritto di decidere chi possa affittare le cose di nostra proprietà e chi no». Insomma, solo la difesa della proprietà, la scelta non ha nessun intento discriminatorio: «non ha nulla a che vedere con la fede, il colore della pelle o le preferenze personali».

La vicenda è stata denunciata da un cliente di origine ebraica, che al quotidiano elevetico 20 Minuten ha spiegato: «ho fatto finta di non saper leggere l’ebraico e ho chiesto se potevamo affittare degli slittini». L’episodio è stato definito «scioccante» da Jonathan Kreutner, segretario generale della Federazione delle comunità israelitiche della Svizzera (Fsci).

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