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Cronaca

L’avvocato di Matteo Messina Denaro è sua nipote e può aggirare le maglie del 41bis

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Lorenza Guttadauro, 44 anni, avvocato penalista, difenderà Matteo Messina Denaro, di cui è anche nipote: è la figlia della sorella Rosalia. Già finita in una relazione della commissione parlamentare antimafia per il suo doppio ruolo, può far visita ai propri assisiti sia come legale, che come parente, creando un cono d’ombra nelle disposizioni del regime 41bis.

Il regime carcerario duro, il 41bis, al quale è sottoposto Matteo Messina Denaro vieta ai detenuti qualsiasi rapporto con i famigliari, visite incluse. Ma non all’avvocato. Pertanto se l’avvocato di un condannato al carcere duro è anche suo parente, si crea una contraddizione in termini legali non facilmente districabile. E’ quanto succede, ad esempio, con Matteo Messina Denaro che ha nominato quale propria difensore, la penalista Lorenza Guttaduaro, che è anche sua nipote.

E’ infatti la figlia della sorella del boss Rosalia. Il padre Filippo è stato condannato a 14 anni per associazione mafiosa, il fratello Francesco ha avuto a sua volta guai con la giustizia dopo essere stato accusato, insieme alla zia Anna Patrizia, di essere le braccia operative del boss latitante sul territorio, mentre il marito Girolamo Bellomo è stato condannato a 10 anni con l’accusa di essere il tramite tra la mafia ed il tessuto economico trapanese. Lorenza Guttaduaro ha difeso tutti loro e proprio per questo il suo nome è finito in una relazione della commissione parlamentare antimafia.

Il motivo per cui è stata presa in esame è il fatto che ha sostenuto colloqui sia da legale che da congiunto, con queste persone. Ed ora, essendo sia nipote che avvocato di Matteo Messina Denaro, potrà avere colloqui con lui, anche se imparentata con un detenuto al 41bis. «Temiamo la beffa e lo scacco matto del padrino appena arrestato. E’ una mossa che spiazza lo Stato. E che rivela un vuoto normativo» il commento di Massimo Russo, ex sostituto della Dda di Palermo.

Cronaca

Arrestato sospetto terrorista a Fiumicino: «fa parte dell’Isis»

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113 polizia volante pantera

Ha 32 anni, proviene dal Tagikistan ed era latitante da diverso tempo. Viaggiava sotto falsa identità.

Pendeva un mandato d’arresto internazionale per l’uomo di 32 anni originario del Tagikistan, arrestato oggi all’aeroporto di fiumicino con l’accusa di essere un terrorista dell’Isis. L’uomo si sarebbe arruolato nelle milizie del califfato nel 2014 ed avrebbe combattuto in Siria nello stesso anno.

Secondo quanto riportato da Adnkronos, per eludere le forze dell’ordine che lo cercavano da diverso tempo, viaggiava con documenti fasulli. Sarebbero stati diversi gli alias a sua disposizione, con differenti età e nazionalità, in particolare Uzbekistan, Kirghizistan e Ucraina.

Il sospetto terrorista arrestato oggi è’ atterrato in Italia, a Fiumicino, alle 11:45. Proveniva dall’aeroporto di Eindhoven, nei Paesi Bassi. E’ stato fermato dalla Digos capitolina sotto il coordinamento della Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione e con l’aiuto della Polizia di Frontiera di Fiumicino.

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Cronaca

L’ex ministro della Salute Speranza minacciato ad Ostia da un gruppo no-vax

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roberto speranza aggredito dai no-vax ad ostia

Speranza si trovava nel comune laziale per presentare il suo libro: il drappello di contestatori no-vax lo ha bloccato in municipio e si è reso necessario l’intervento delle forze dell’ordine.

Doveva presentare il suo libro “Perché guariremo” ma la presentazione è saltata: ad aspettare Roberto Speranza in municipio ad Ostia c’era un nutrito gruppo di no-vax che ha aggredito l’ex ministro della Salute.

Speranza si è rifugiato in municipio e vi è rimasto confinato per una buona mezz’oretta. C’è voluto l’intervento delle forze dell’ordine per disperdere i contestatori e permettergli di uscire senza che si verificassero ulteriori incidenti.

«Assassino» l’epiteto più volte scandito in direzione dell’ex ministro, raggiunto da minacce anche di morte. Nemmeno la moglie di Speranza è stata risparmiata dal drappello di contestatori che l’ha più volte apostrofata come «travestito».

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Cronaca

La figlia di Verdini patteggia una pena di un anno per truffa

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tribunale giustizia sentenza giudice poeta

Fingendosi avvocato, ha assunto le difese di una donna che per anni ha creduto di essere difesa: in realtà la causa non è mai partita e la figlia di Verdini ha patteggiato una pena ad un anno per tentata truffa e falsità materiale.

Non c’è pace per la famiglia Verdini: il padre Denis è in carcere, la figlia Francesca ha come fidanzato Matteo Salvini ed ora anche la figlia Diletta è finita nei guai ed ha patteggiato un anno di pena per tentata truffa ad una badante. Spacciandosi per avvocato, ha “assunto” la difesa della donna, senza mai far partire la causa. Le accuse nei suoi confronti erano di tentata truffa e falsità materiale.

La vicenda è salita agli onori della cronaca grazie ad un servizio de Le Iene. Il Corriere Fiorentino poi ha ricostruito i dettagli. Nel 2016 una donna rumena, in Italia da 17 anni, ha deciso di intentare causa contro le figlie di una signora che aveva assistito, che non avrebbero pagato le sue prestazioni. A questa, Diletta Verdini avrebbe millantato di essere avvocato. La donna si è dunque affidata a lei, che l’avrebbe costantemente tenuta aggiornata sull’evolversi della causa.

Nel 2022 è arrivata pure la bella notizia: la causa è vinta, alla donna vanno 4.300 euro. A stabilirlo una sentenza del tribunale del lavoro di Firenze stampata su carta intestata del tribunale di Firenze con tanto di sezione lavoro, numero di procedimento e firma del giudice. Ma era tutto falso: Diletta Verdini non era un avvocato e la causa non è mai partita.

La signora però non lo sapeva e le chiede quando potrà ricevere il risarcimento che il Tribunale le ha riconosciuto. Il suo legale non risponde chiaramente, tentenna, prende tempo. Ci sono alcuni ritardi tecnici non meglio specificata.

La signora però è perplessa e decide di consultare un altro avvocato, che non ci mette molto a capire la situazione:  la firma sul documento appartiene a una giudice realmente esistente, ma del tutto estranea alla sentenza ed il numero di iscrizione al registro generale corrisponde ad un’altra causa che vede coinvolti altri soggetti. 

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